Archivio mensile:gennaio 2017

Una nuova avventura del barone di Münchausen (Ferdinando Gaeta)

barone_su_una_palla_di_cannoneUna volta, quando ero in Giappone, salvai la vita all’imperatore che per compensarmi mi regalò mille geishe. Ora, voi sapete bene come i giapponesi diventano irascibili quando si rifiuta un loro regalo, figuriamoci un imperatore. Se quella notte non fossi andato a letto con tutte e mille le donne certamente mi avrebbe fatto uccidere.
Ma come potevo fare? Non che mi mancassero le forze, beninteso, ma un letto adatto a una simile impresa dove mai lo avrei trovato?
Già mi vedevo decapitato quando mi ricordai che i giapponesi dormono praticamente per terra. Allora, sempre col permesso dell’imperatore, feci chiudere l’autostrada Tokio Okinawa e vi stesi le mille donne.
Fu una notte bellissima.
Peccato che a Okinawa fui multato per eccesso di velocità.

Monna Lisa (Antonio Liccardo)

nanowrimoAvevo un trenino elettrico. Faceva un giro ovale su rotaie perfettamente allineate, tra alberi di sughero, attraverso prati sintetici, costeggiando una pozza con trote di plastica che galleggiavano dentro. Partiva e arrivava nella riproduzione della stazione di Aversa.
Era in uno stanzino di cui ricordo poco, a parte appunto il trenino di cui, se sapessi disegnare, riuscirei a riprodurre addirittura i baffi del macchinista (bianchi, coprivano il sorriso di chi fa il lavoro che ama).
Desiderare quel trenino era il mio hobby: non ci ho mai giocato, almeno non da solo (guardare papà che lo metteva in moto non era la stessa cosa di metterlo in moto con le proprie mani). Avrei sempre voluto, ma fuori dallo stanzino c’era un quadro inquietante di una donna a mezzobusto, come messa lì di guardia, con lo sguardo paziente, pronta ad agguantarmi e trascinarmi dall’altro lato del quadro qualora mi fossi avvicinato troppo al trenino. Era una copia di Monna Lisa.
È ridicolo pensare che un quadro così piccolo, con un soggetto così affascinante, potesse incutere tale terrore.  A quei tempi mi sembrava una gigantografia che di affascinante non aveva nulla.
Una mattina mi ero dato malato da scuola, e ogni componente della famiglia era intento a sbrigare le proprie faccende fuori casa mentre me ne stavo a letto. Ero solo.
Mi ricordai di Monna Lisa, e ne avvertii la presenza. Non ero solo.
Ne sentivo il respiro posato, cadenzato. Mi avvolsi tra le coperte, lo scudo universalmente utilizzato da ogni bambino contro morsi di vampiro e graffi di lupi mannari.
Tra le maglie della paura che mi teneva bloccato, s’insinuò la voglia di manovrare il trenino da Aversa per Aversa. Calciai via le coperte, saltai giù dal letto e mi diressi allo stanzino.
Monna Lisa mi attendeva, serafica. Le mani una sull’altra, immobili. Dietro, una landa immensa dove scontavano l’eternità tutti i bimbi che avevano osato avventurarsi oltre.
Volli chiudere gli occhi per proseguire, ma il suo respiro mi si amplificò in mente.
Tenni quindi gli occhi spalancati, per avvertire con la coda dell’occhio ogni suo scatto.
Feci un passo in avanti. Di lato, sentivo ansimare.
Un altro passo. Inspirava.
Ancora un altro. Espirava.
Giunsi allo stanzino. Il trenino aspettava alla stazione, pronto a portarmi in viaggio tra boscaglie e acquitrini artificiali.
Come una nube minacciosa, un’ombra si stagliò sul verde e sui metalli. E su di me.
Una mano affusolata e tiepida mi cinse il collo.
La serratura della porta d’ingresso scattò, e mia madre mi chiamò.
La mano e l’ombra arretrarono. Mi lanciai per afferrare la donna che voleva portarmi con sé. Non c’era nessuno.
Monna Lisa, docile, era nel quadro. E, dietro di lei, l’eternità.

Prenderò il tuo cuore (Aurelio Raiola)

nanowrimoPrenderò il tuo cuore. E per farlo non aspetterò permessi, quelli li lascio alle mezze seghe. Non esiterò a squarciarti il petto mentre tu resterai in silenzio. Zitta ti voglio, zitta. Muta devi essere. Non un suono, non una parola. Se ne uccide più la lingua che la spada tu sei la regina dei serial killer. Sempre una parola su tutto, sempre un commento su tutti. E mai una parola buona, consolatrice, mai una carezza di fiato. Proprio mai una carezza, punto. Ho visto le tue dita stringere, lisciare, tirare, strattonare. Esigere, indicare, trattenere. E chiedere, soprattutto chiedere. Mai un gesto di pietà verso gli altri, mai.
Sto per prenderti il cuore e non potrai fare nulla. Non accetterò dinieghi, né ritardi. Me lo prenderò e basta e non opporrai resistenza. Non mi distrarrai con i tuoi psicogiochetti da rotocalco. E chiudi gli occhi, quando ti parlo! Non osare sporcarmi con il  tuo sguardo sbieco, tu e i tuoi fottuti occhi di giada. Sì, di giada, come ami chiamarli. Nemmeno nei cartoni animati li chiamano più così. Nemmeno negli hard-boiled degli anni venti. Tu, invece, continui a fare la bambolina, la Bratz dei vicoli, una capa tanta e gli occhi di giada. Che poi le Bratz non si portano più, troppo zoccole per il mercato italiano. È un settore inflazionato, l’offerta supera di gran lunga la domanda. E io una domanda ti devo fare: ma tu proprio con Saverio mi dovevi fare le corna? Con il mio rivale di sempre, prima a scuola e poi al lavoro? Quel coso corto e storto, le spallucce a passero becco e il capello a palla da biliardo? Mi ha sempre fregato tutto, fin da bambini: la merenda, i voti, persino l’affetto di mia nonna. Che lo adorava perché sapeva cantare Va pensiero. Mentre io no, stonato come una campana pezzotta arrancavo pure con l’Inno di Mameli.
Comunque, il tuo cuore me lo prendo, anche se fai finta di niente, anche se hai la testa girata. Anzi, proprio per quello. Se mi guardassi con quegli occhi… di giada, sì, i tuoi bellissimi occhi di giada, non ne avrei più il coraggio. Resterei immobilizzato e fesso come tu non sopportavi. Quando litigavamo c’ero io lago e tu cascata, io mare e tu fiume in piena, io con le mani a coppa e tu a pisciarci dentro. Ma ora i tuoi dannati occhi sono chiusi e io ti prenderò il cuore.
Lo so che ora vorresti Saverio. Che vorresti fosse lui a sbatterti sul letto, toglierti come una furia la giacca, sbottonarti la camicetta e palparti il seno. Ma sta dormendo, lui. Ora tocca a me. Tocca a me segnare il punto esatto e incidere. Vedere finalmente se hai un cuore, prenderlo tra le mani, carezzarlo e stringerlo fino a rianimarti. Così potrai tornare da Saverio. Mannaggia a Ippocrate e al mio turno di notte.

Novant’anni e non li dimostra. Voci, eroi e divine intercessioni di un culto chiamato Società Sportiva Calcio Napoli.

locandina2Ritorna lo spettacolo itinerante che la compagnia teatrale Parole Alate proporrà il 4 e 5 febbraio prossimi presso il centro studi “Luca Giordano” a Napoli.
Una storia tinta d’azzurro è il modo più breve ed efficace per raccontare queste dieci pièce teatrali, che hanno come filo la lunga e gloriosa storia di una squadra, simbolo di un’intera città.

Da quella sera d’agosto di novant’anni fa, giorno celebrato come La nascita del mito, a un rosario calcistico pagano, passando attraverso simboli come l’immancabile marenna che sollazza i palati dei tifosi, al Ciuccio eletto a simbolo della squadra.
All’interno di questo lungo excursus temporale, trovano spazio calciatori come Diego Armando Maradona, Hasse Jeppson e Peppe Bruscolotti, ma pure personaggi equivoci che sembrano attirare la malasorte e donne che tentano, attraverso il calcio, di risvegliare l’appetito sessuale dei propri mariti.

In scena quattro attori: Annalisa Raiola, Giano Vander, Giusi Solaro e Paquito Catanzaro, regista e autore del testo.

Appuntamento, quindi, per il 4 e 5 febbraio nei seguenti orari:

Sabato 4, ore 18:30 e 20:30
Domenica 5, ore 17:00 e 19:00

presso il Centro Studi Luca Giordano, via Pessina 66, Napoli (ingresso su invito).

Per prenotazioni e informazioni: 0815448130 3665677651 3343349640

L’abito verde (Raffaele Iorio)

nanowrimoCome da tradizione Veronica indossava sempre lo stesso abito verde per la vigilia di Natale. Per lei non c’era altro colore più adatto in quel giorno, in fondo il verde è il colore della speranza e lei voleva aggrapparsi alla piccola consolazione che solo la speranza ti può dare. Lo tirava con cura dall’armadio, ne sentiva l’essenza e restava qualche minuto a stringere quel capo, vestita solo del suo intimo. Si vedeva bella allo specchio e come ogni anno amava prepararsi per lui. Assaporava il momento ogni volta come se fosse la prima, cantava e saltava per tutta la casa. Accendeva il camino e apparecchiava per due persone. Poi si sedeva a tavola e versava un bicchiere di vino rosso. Lo faceva roteare, ne sentiva il profumo e poi lo buttava giù tutto d’un sorso. Infine, posava il bicchiere e cominciava a piangere. Piangeva prima singhiozzando per poi continuare a dirotto. Ogni Natale per lei era bagnato di  lacrime ormai da 5 anni. Da quando lui non c’era più. Si erano conosciuti in una sera qualsiasi di primavera e lui subito si innamorò del suo sguardo. “Hai degli occhi stupendi” le disse e così, in vista del loro primo Natale da passare insieme, le regalò quel vestito. “Si abbina perfettamente ai tuoi occhi” le sorrise. Veronica trovò da subito orrendo quel capo, lui non era mai stato bravo con i regali ma non importava. Quella sera di cinque anni fa indossò  quell’abito verde, saltellò e cantò per casa immaginando il suo arrivo, accese il camino e  apparecchiò la tavola per due persone. Nell’attesa non seppe resistere alla tentazione di bere un po’ del vino che aveva comprato quella mattina in supermercato. Nell’aria, si sentiva il suo profumo che sapeva delle notti passate a fare l’amore e, dall’altra parte del muro, le grida felici dei bambini. Veronica toccandosi la pancia immaginava la sua creatura  urlare e cantare allo stesso modo. Lui non sapeva ancora nulla , glielo avrebbe detto  quella sera stessa. Chissà in che modo poteva reagire. Al solo pensiero Veronica tremava, ma quella sera i suoi pensieri furono interrotti da una chiamata improvvisa. Una voce tremante al di là del telefono le annunciò che lui aveva perso la vita in un incidente stradale.

Requiem (Vincenzo Jo-Jo Zannetti)

nanowrimoAmadeus scriveva. Era inverno e per mantenere le buone tradizioni di famiglia usava ancora penna e calamaio. Il calamaro era nel freezer per il cenone che si sarebbe tenuto di lì a poco. Attingeva dalla boccetta d’inchiostro frettolosamente. Era un po’ agitato. Accompagnato da un buon succo di frutta a pera che usava travisare nelle bottiglie di vino del nonno, continuava a scrivere. A lume di candela per risparmiare sulla bolletta, col tepore del camino per risparmiare sui riscaldamenti, sentì il campanello suonare.

Non aspettava nessuno. Posò la penna finendo di comporre la sua opera, che altro non era che la formazione del fantacalcio, e andò ad aprire. Un uomo, o un trans con la voce di uomo vestito da Halloween, un V per vendetta con la maschera scura, non si presentò nemmeno che subito gli propose: «Se questa settimana non metti la formazione, sarai ben ricompensato». Mozart cercò di far finta di niente perché lottava per il primo posto, ma appena il travestito cacciò fuori un sacchetto, scuotendolo e facendogli sentire un rumore simile a quello delle monete, Amadeus sobbalzò. «Non sono dinari, ma calamite introvabili della collezioni Calciatori Panini dell’annata 2000-2001… Accetti?».

Il proprietario di casa prese di scatto il malloppo, ne controllò il contenuto, estasiato, entusiasta come non mai. Annuì. L’ospite fuori alla porta andò via. Mozart si avviò alla finestra, accompagnando con gli occhi il suo benefattore. Poi guardò il quadro del nonno alla parete e gli disse: «Tranquillo, la formazione la metto lo stesso».