Archivio mensile:febbraio 2017

L’ importanza di una parola (Raffaele Iorio)

scrittore-981x540Questa è la storia di una magia. Una magia che si compie ogni giorno. Una di quelle silenziose, quasi del tutto impercettibili.
Se sei un lettore poco attento o semplicemente sei stanco dalle fatiche della giornata ti consiglio di chiudere la pagina e lasciarti svagare da altro. Il che non è sbagliato. Può succedere che, tra migliaia di parole lette, ci si senta stanchi e ascoltare l’ultimo coglione di turno non è proprio l’ideale.
Se invece sei arrivato fin qui, leggi attentamente. Ti prometto che ne varrà la pena.
Questa è la storia di una magia. Una magia che si compie ogni giorno. Una di quelle silenziose, quasi del tutto impercettibili. Questa è la storia di Riccardo e di come con le parole possa cambiare le sorti del destino umano a suo piacimento. Riccardo, ogni volta, porta con sé un taccuino su cui appunta tutto ciò che gli passa per la mente. In una fredda giornata d’inverno, in attesa del treno delle 18:20, scrisse:

Il più grave dei mali
di questa vita è la
sensibilità.
Chi può se la scorda
dentro
il resto si lascia
uccidere lentamente.

Ma leggendo tra le sette righe si accorse di un’unica stonatura soltanto. Perché chi è sensibile dovrebbe farsi uccidere da qualcuno? A Riccardo non andava di farli morire.
Morire.
Ecco la soluzione:

Il resto si lascia
morire lentamente.

Ancora una volta la magia fu compiuta. Li aveva salvati. Chi dà ascolto alle proprie emozioni non si lascia mica uccidere. Le persone sensibili sono le uniche a viverla davvero, la vita. Si lasciano morire lentamente e cessano di esistere soltanto quando ormai il loro percorso si è esaurito su questa terra. Non si scordano di nulla.
Sono le 18:40 e Riccardo ha perso il treno. Non importa, in attesa del prossimo – forse – vedrà compiere un’altra silenziosa, quasi impercettibile magia.

Punk’s not dead (Maria Cristiana Grimaldi)

punks_not_dead_wenceslas_square_pragueI will command all of you
Your kids will meditate in school
Your kids will meditate in school
California Uber Alles”

“Scusami, ho dimenticato di togliere la suoneria al cellulare”
“Non preoccuparti, ma sbaglio o sono i Dead Kennedys?”
“Sì, sono proprio loro, li conosci?”
“Uno dei miei gruppi preferiti all’epoca, certo che li conosco. Comunque piacere Sergio.”
“Davide, piacere mio. Sei nuovo? Non ti avevo mai visto.”
“Sì, sono stato assunto da poco per sostituire il collega di filosofia nella sezione H.”
“Ah bene, io insegno arte nella sezione B. Finalmente qualcuno che ha degli ottimi gusti musicali.”
“Ahaha immagino che non ce ne siano molti. Sembrano quasi tutti lobotomizzati qui dentro, a stento salutano.”
“Lo sono, sono tutti bastardi con la puzza sotto il naso che si rispondono alla dittatura del preside. Quello poi ha le preferenze, per questo solo io e te ci ritroviamo ancora qui a quest’ora a chiudere sti maledetti scrutini”
“Quale altro gruppo ti piace?”
“Guarda, io sono fedele al punk, mi ricorda la mia giovinezza. Bad Religion, Clash, Sex Pistols, Rancid…Ma adoro anche il grunge e il post punk.”
“Non ne parliamo. Gli Alice in Chains tutta la vita. Mi ricordano il periodo dell’occupazione all’università. Bei tempi, noi sì che volevamo cambiare le cose”
“Puoi dirlo forte. Noi non avevamo paura delle percosse della polizia. Il mio gruppo militante a Bologna quante ne ha prese. Hardcore sempre e comunque.”
“Come abbiamo fatto a diventare così? Insegniamo ad un branco di coglioncelli che non sanno nemmeno cosa significhi rivoluzione. Ascoltano musica di merda e passano il loro tempo a chattare.”
“Ci siamo imborghesiti amico mio. Il sistema è malato, siamo destinati alla miseria dei sensi. Non c’è più nessuna presa di posizione, appiattimento totale e coscienze sedate dalla merda che ci propinano.”
“Il bello è che siamo gli unici ad essercene accorti. Gli altri colleghi pensano solo…anzi non pensano, vanno avanti come degli zombie in attesa del destino, felici che quelli a cui insegnano siano troppo assopiti per poter controbattere contro qualsiasi argomento.”
“Guidati dal quel bastardo del preside che è peggio del duce. Fascismo dappertutto.”
“Senti che ne dici di compiere ancora una volta un gesto rivoluzionario? Usciamo fuori e lasciamo stare ste cagate. Facciamoci valere ancora una volta, ”
“Ma che vuoi fare?”
“Seguimi”
L’indomani quando il sole si ritrovò ad illuminare l’istituto superiore “F. De Sanctis”, tutti gli sguardi furono catturati. Qualcosa era cambiato, la quotidianità e la routine erano state interrotte in nome della rivoluzione. Erano tutti lì, docenti ed alunni, con gli occhi e le fotocamere puntati verso l’alto. Tutti ridevano ma si ammutolirono all’arrivo del dirigente scolastico che istintivamente prese a farsi il segno della croce, poi livido e gonfio di rabbia sbraitò tutt’intorno in cerca del colpevole che aveva profanato il muro sotto la finestra del suo ufficio.
Intanto il sole accendeva e rendeva sempre più chiaro quel gesto.
La vernice della bomboletta rossa catturava i raggi e li usava per brillare e splendere di vera ribellione, mostrando fiera, a tutti, il disegno di un cazzo un po’ tozzo, accompagnato dalla scritta “Punk’s not dead”.
Tutti se ne sarebbero ricordati e tutti lo avrebbero dimenticato ma nessuno capì a cosa fosse servito.

“Forza Napoli”. Parole Alate torna al teatro Sanacore il 25 e 26 febbraio 2017.

forzanapoli_smallForza Napoli. Questo il titolo dello spettacolo, ispirato al romanzo di Aldo Putignano, che la compagnia teatrale Parole Alate porterà in scena, il prossimo 25 e 26 febbraio, presso il teatro Sanacore di San Giorgio a Cremano.
Una storia tinta d’azzurro che ha per protagonista Antonio, aspirante giornalista impegnato nella stesura di un romanzo e suo nonno Gino, tifoso incapace di dubbi o cedimento riguardo la sua fede nei confronti del Napoli.
Una storia che comincia il 6 gennaio 2013, alla vigilia della gara tra Napoli e Roma e conduce dritti alla qualificazione in Champion’s League ottenuta dopo un’avvincente partita contro il Cagliari.
Un percorso fatto di ostacoli da superare, leggende calcistiche da raccontare sottovoce e gli immancabili aneddoti che fanno parte del patrimonio culturale partenopeo.
Per la compagnia teatrale Parole Alate un gradito ritorno nello storico teatro di largo Arso, dopo il successo di pubblico e critica di “Sono stato io” della passata stagione teatrale.

In scena sette attori: Annalisa Raiola, Giusi Solaro, Mary Vado, Giano Vander, Peppe Balbi, Paolo Romano e Paquito Catanzaro, che ha curato la regia e l’adattamento del testo.

Appuntamento il 25 e 26 febbraio nei seguenti orari:
Sabato 25, ore 21:15
Domenica 26, ore 18:00
presso il teatro Sanacore, Largo Arso 39, San Giorgio a Cremano (NA).

Per prenotazioni e informazioni: 3343349640 o parolealate@email.it

Eterna notte (Giano Vander)


la-notteAncora non ci posso credere. Bellissima lei, una vera dea. Che ci faceva in quel bar popolato da ubriaconi molesti e baldracche dozzinali? Non ricordo nulla. Né cosa ho bevuto, né come l’ho conosciuta; tantomeno in quale occasione l’ho convinta a venire a casa mia. Me, proprio me. Vecchio, tarchiato ed appesantito. Mi sono appena svegliato in un lago di sudore e mi ritrovo questa Venere che dorme accanto a me, seminuda, dall’altra parte del letto. Il lenzuolo le scopre leggermente il seno. Perfettamente capiente in una coppa di champagne. Due gambe lunghe, da valletta della televisione. Un viso disegnato da Milo Manara. Una poesia che si è materializzata in carne. Resto attonito ad ammirarne la sinuosità delle curve. Devo pisciare. Accendo la luce del bagno e mi guardo nello specchio; non ho una bella cera, le borse sotto gli occhi mi ricordano che dovrei dormire di più. Svuoto la vescica; il rumore dello sciacquone interrompe i miei pensieri mentre mi sforzo di combattere l’oblio. Un dubbio mi coglie: e se appena si sveglia volesse dei soldi? Non può essere. Una zoccola se ne sarebbe andata da un pezzo, e approfittando del mio stato di catalessi mi avrebbe ripulito non solo il portafogli, ma anche la collezione di Tag Heuer e probabilmente qualche bottiglia di Château Margaux.

Torno in camera da letto, e appena varcato la soglia la trovo sveglia. Completamente nuda, in piedi, in mezzo al letto. È ancora più bella. Mi guarda e ride. Si è accorta di quanto faccio schifo, penso. Invece mi invita ad avvicinarmi. Non mi faccio attendere, mi avvicino al letto per stendermi nuovamente. Lei si inginocchia, mi viene sopra. Col pollice mi accarezza la fronte, poi me la bacia.
Mi chiamo Persefone. Benvenuto”.

L’umorista depresso (Pietro Damiano)

nanowrimoHa nelle mani una pistola.
Entra nella stanza preceduto dai due amici, un uomo e una donna, anche loro armati, e d’improvviso spara alla testa di uno dei due.
Un rumore assordante.
L’altra cerca di scappare.
«Non ti muovere stronza!» le grida puntandogli la pistola in faccia.
La disarma della sua 7.65, poi guarda l’altro a terra con la faccia riversa nel sangue. Sorride.
Lei è in silenzio, cerca di capire le sue intenzioni mentre lui le gira intorno, con entrambe le pistole in mano. Lei ferma.
Si siede sulla poltrona ai piedi del letto e la guarda.
«Non mi fai ridere più» dice lei senza mai abbassare lo sguardo, «Sei solo un pagliaccio, un tossico di merda che ha fuso il cervello. Tu e la tua depressione del cazzo. Sei uno stronzo!»
«Però ti divertivi con questo stronzo, eh? Ti divertivi con me e con lui» le risponde indicando l’amico morto con una delle pistole, «Adesso è tutto finito, siamo rimasti soli, io e te».
«Ammazzati, porco!» gli grida in faccia lei. Tenta uno scatto di reazione. Lui alza i piedi e colpendola con entrambi allo stomaco la scaglia a terra qualche metro più in là.
Lui animato da un gesto di stizza si alza dalla poltrona, stringe tra le mani la canna della 7.65 e se la punta al petto. Si avvicina e le chiede di impugnarla, puntandole con l’altra mano la sua calibro 9 alla testa.
«Adesso sai cosa devi fare, stronza?» le dice ridendo, «devi ridere e premere il grilletto. Se non lo fai, ti faccio saltare la testa per aria». Il suo umorismo fa rabbrividire.
Qualche attimo di silenzio, una breve attesa. Senza dire nulla, abbassa la sua pistola e le spara a un piede. Lei cade gridando.
«Adesso impugna la pistola, ridi di gusto e spara!» le ripete con voce ferma. Lei in lacrime dal dolore, seduta a terra sul suo sangue, stende il braccio, impugna il calcio della pistola che lui tiene tra le mani per la canna, avvicina il dito al grilletto e lo guarda.
«Ridi stronza!» le ripete con un ghigno, «Ridi e spara!»
Finalmente.
Un rumore assordante soffoca ogni risata.