Il dito medio (Stefania Serrapica)

Avevo nove anni quando Crack, il cane dell’amante di mia madre, quasi mi staccò un dito.
Arrivai al pronto soccorso in ambulanza, perché non avevamo la macchina e i vicini da un po’ non ci davano retta.
Quando mi portarono in sala operatoria mi dissero di contare all’incontrario e di partire da venti.
Non diedi ascolto a nessuno. Mi addormentai pensando di svenire o forse svenni per la paura che avevo di addormentarmi senza desiderarlo davvero.
Mi svegliai, pensai: “ok, è tutto apposto”
E invece no. Sollevai la mano e pensai subito alla scuola, a cosa avrebbero detto i miei compagni vedendo il dito medio alzato.
Risero fino allo sfinimento e in tutta risposta il dito medio era ancora lì, diritto, come a voler convergere sulla sua punta il più energico dei vaffanculo.
Quando all’ospedale mi tolsero il gesso, non abbassai il dito medio. Entrai in ambulatorio e lo mostrai alla dottoressa. Poi tornai a casa, ed avvicinai Crack, il cane. Fu il turno di mia madre, del mio patrigno, del resto del mondo.
Sebbene fossi in grado di muoverlo perfettamente, decisi che quel dito sarebbe rimasto fermo e dritto per il resto dei miei giorni. Non avevo scuse, lo so, e a trent’anni potrebbero non prenderti sul serio quando ad un colloquio di lavoro una parte del tuo corpo è parallela alla cravatta.
Eppure quante volte il dito mi ha fatto da scudo.
Quante volte mi ci sono nascosto dietro.
Quante volte sono stato frainteso e ho fatto a botte ad un semaforo.
È stato il parafulmini della mia rabbia, il chiodo fisso e il perno su cui ruota il mio universo, il mio play back e la mia voce silenziosa, la manifestazione sbottonata della mia coscienza.
Un giorno mentre lo ammiravo, pensai che non avevo mai veduto niente di così ostinato e caparbio, sempre così in alto, sempre sopra gli altri. Decisi così di imitarlo, di fare del mio dito uno stile di vita.
Studiai tanto, cercai di essere il migliore, di balzare in testa agli altri.
E così, molto tempo dopo, arrivarono i traguardi, le riconoscenze, i premi.
Adesso sono io, quel dito.
È assecondando la mia follia che molta gente oggi, la guardo dall’alto.

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