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Parete Bianca: l’articolo di Terre di Campania dedicato al nostro evento

Parete Bianca è ormai diventato uno degli appuntamenti più importanti di Parole Alate.

Terre di Campania, associazione che prenderà parte alla settima edizione dell’evento, vi ha dedicato un ampio articolo sul suo sito.

Ricordiamo che la kermesse prenderà il via il 9 novembre alle ore 20.30, e che ogni mostra sarà fruibile per sette giorni, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16 alle 20:00 presso Villa Signorini a Ercolano (via Roma 43).
Tutte le informazioni sull’evento e sulle attività dell’associazione sono disponibili sul nostro blog.

 

Parete Bianca: tutto pronto per la settima edizione.

Prenderà il via il prossimo 9 novembre la settima edizione di Parete Bianca, la kermesse dedicata all’arte realizzata dalla nostra associazione. Tante le novità previste per questo nuovo appuntamento, a cominciare dalla location: sarà infatti la settecentesca Villa Signorini, storica villa vesuviana divenuta hotel di lusso e location di manifestazioni e ricevimenti, a ospitare i quattro artisti che, ogni giovedì, presenteranno i propri lavori attraverso una mostra e saranno protagonisti di una divertente chiacchierata che permetterà al pubblico di scoprire l’uomo dietro l’artista.
A dare il via alla settima edizione il fotografo Fabrizio Ricciardiello che, il 9 novembre, si presenterà al pubblico con la mostra Extra Moenia. Fuori le mura di Neapolis. Sette giorni dopo sarà la volta di Giuseppe Ottaiano, ideatore del portale Terre di Campania, autore di Castelli irpini. Una rete di comunicazione. Terzo appuntamento, il 23 novembre, dedicato ad Angelo Casteltrione e Alessandra Basile, autori del progetto fotografico Donne di terra. 12 esperienze di resistenza contadina in Campania. La fine del mese coinciderà con la quarta e ultima mostra fotografica della quale sarà protagonista Andrea Sarno con Stop Hiding.
«Parete Bianca» commenta Giusi Solaro, direttore artistico dell’evento «è divenuto, col tempo, non soltanto l’evento di punta della nostra associazione ma pure una fucina di talenti e un’opportunità per farsi apprezzare». Un prestigio certificato da Corrado Sorbo, general manager di Villa Signorini, ben lieto di sposare la causa Parole Alate per valorizzare la struttura e offrire una prestigiosa vetrina ai giovani artisti presenti sul territorio.
Confermata, anche quest’anno, la partnership con l’azienda Vintouch Jewels e la collaborazione con la Radio Stonata che, all’interno del programma Fisheye, dedicherà ampio spazio alla rassegna e ai suoi protagonisti.
Ogni mostra sarà fruibile per sette giorni, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16 alle 20:00 presso Villa Signorini a Ercolano (via Roma 43). Tutte le informazioni sull’evento e sulle attività dell’associazione sono disponibili sul nostro blog.

San Valentino rosso mestruo (Giano Vander)

“Sarà un San Valentino speciale. Promesso”. Così l’avevo congedata, il 13 febbraio.
Gisele aveva ostentato un sorriso malizioso, e il mio bassoventre aveva ostentato un tronco d’ebano. Non ci potevo credere: finalmente, me l’avrebbe data.
Corsi dal cinese all’angolo e alla modica cifra di 3 euro comprai una tovaglia rossa con fantasie dorate di cuoricini e gattini. “Che buon gusto che hai: questa tovaglia è deliziosa”, me la immaginavo già. Mentre la mia Torre di Pisa continuava a raddrizzarsi, pensai a un menu degno del migliore dei ristoranti francesi: da Tonino, il macellaio juventino, comprai mezzo chilo di roast-beef destinato ad un vitello tonnato per il quale si sarebbe leccata i baffi, anche se non li aveva; per preparare una macedonia coi fiocchi, da Antoine, il fruttivendolo, scelsi le banane più grosse, nella speranza che, oltre a deliziarle il palato, le avrebbero anche fatto capire l’antifona. “Ascanio, ma che banane grosse” avrebbe detto; “be’, mica tanto…” le avrei risposto, con fare vissuto degno dell’Humphrey Bogart dei tempi migliori.
Dal pakistano del Cavone scelsi un vino rosso del quale non ricordo il nome, ma solo il prezzo: novantanove centesimi. “Mmm, questo vino fa davvero buon sangue”, avrebbe sussurrato, mentre io il sangue me lo sarei sentito tutto concentrato in un unica, specifica parte del mio corpo che non voglio qui specificare perchè sono un gentleman.
E poi candele giallo fluorescente, bastoncini di incenso al tamarindo che profumavano l’ambiente, vinili di Claudio Villa e Barry White pronti per creare la giusta atmosfera al mio eventuale “permetti questo ballo?”.
14 febbraio. Il gran giorno è arrivato. L’ansia sale, il cuore batte a mille. Le lancette corrono, la mente fantastica e la verga esplode, quasi. “Sei stato perfetto, amore mio. Non ho mai conosciuto un uomo più raffinato, gentile e sensibile di te. Ho voglia di fare l’amore”. Sì, andrà proprio così stasera.
È in ritardo di venti minuti, ma l’attesa verrà ricompensata, ne sono certo. Per ingannare il tempo metto su il disco di Claudio Villa; inizia Granada, e mi rendo conto che non è molto azzeccata per la serata. Passo subito all’altro disco, il grande Barry, e parte la sua versione di Just the way you are. Praticamente, me la sbatterà in faccia appena entrata dalla porta.
SMS. Eccola, è lei. Mi starà avvisando che è giù al palazzo e vuole che vada a prenderla. Tra le gambe, ormai, c’è un baobab.
Mi è venuto un po’ di mal di testa. Spero non ti dispiaccia se rimandiamo a un’altra volta l’appuntamento”. Prendi un palloncino, gonfialo fino a farlo quasi scoppiare e poi lascialo sgonfiare. Esattamente così.
Un attimo di rabbia. Ma giusto un attimo. In fondo, chi se ne frega? Festeggerò con te.
Buon San Valentino, Federica mano amica.

Pranzo di matrimonio (Raffaele Formisano)

Finalmente il gran giorno per Giulio e Linda.
La sala per cerimonie era affollatissima. Non appena loro due fecero il loro ingresso trionfale, dopo le consuete fotografie, un’ovazione generale, fragorosi applausi quasi all’unisono, poi tutti a fiondarsi sul succulento buffet che i camerieri avevano appena finito di preparare.
C’era uno degli invitati un po’ più famelico rispetto ad altri, Zi Ndonio, un mastodontico parente della sposa.
Si diceva di lui “A Zi’ Ndonio è meglio a ce fa ‘nu vestito che invitarlo a pranzo!”.
Leggende metropolitane volevano, altresì, che a colazione riuscisse a gestire ben cinque cornetti in contemporanea: uno nella mano destra, uno nella sinistra, uno in bocca, uno nell’esofago e l’ultimo nello stomaco. Il che gli aveva fruttato il meritatissimo soprannome di “Panz ‘e vierm!”.
Zi Ndonio era al suo terzo tentativo di inaugurazione del tavolo imbandito, fulminato, con estrema puntualità, dal rimprovero del capo sala.
All’apertura del buffet, quest’ultimo diede il segnale di ok, correndo a mettersi in salvo assieme a molti altri colleghi.
Zi Ndonio fu un attimino sballottato dalla calca; gli venne, quindi, naturale afferrare le prime cose che potessero capitargli a tiro per non essere da meno a sua moglie zia Ninina, in vantaggio, rispetto a lui, con tre piatti di zeppoline, quattro coppette di snack vari da aperitivo (patatine, noccioline, salatini) e tre bicchieri di succo di frutta.
Zi Ndonio afferrò quattro coppette di cocktail di gamberi e iniziò a fagocitarne avidamente il contenuto, tara inclusa.
Quindi chiamò il cameriere per farsi mettere da parte già qualcosa per dopo: “Chest song po’ sacchett po’ can! Aropp m’ e ddat!”
Il grasso parente era sotto osservazione disgustata di molti convitati, compreso uno che era soprannominato Ciruzzo ‘o poet, cugino diretto della sposa, nonché nipote di Zi Ndonio stesso.
Costui, particolarmente ispirato, aveva iniziato a scrivere qualcosa sul retro del menù bianco, ridacchiando fra sé e sé.
In un momento di applausi il foglio era rimasto abbandonato a se stesso sul tavolo, mimetizzandosi con un tovagliolo, sempre bianco.
A quello stesso tavolo, fuori, come sempre, dal resto del mondo, era seduta anche zia Pupella, una vecchia rincoglionita, ferratissima nel fare discorsi. Per quell’occasione se ne era scritto, su di un biglietto, uno molto speciale per augurare tutta la felicità di questo mondo a suo nipote Giulio e alla dolce consorte.
Si alzò, timida, avviandosi a passo lento verso il palchetto dove si era esibita, fino a poco prima, la cantante assunta per animare la cerimonia.
Ciruzzo ‘o poet si avvide, tutto d’un tratto, di un inquietante dettaglio. Il talloncino con le soavi frasi di zia Pupella era ancora lì sul tavolo. Questo significava che…
Non ebbe nemmeno il tempo di esclamare “Oh, merda!” che la parente di Giulio aveva già iniziato a leggere:

Tu lo vedi da lontano.

È Zi Ndonio il porco umano.

Ogni vot a pranzo e a ccen

par can nun ha maje vist’bben

A matin a culaziòn

se magnass nu liòn,

ma il leone a mezzogiorno

non è altro che un contorno.

Nella notte fredda e oscura

sta accadendo una sciagura.

Ma cos’è? Un uragano?

No, è Zi Ndonio, il porco umano”

L’ importanza di una parola (Raffaele Iorio)

scrittore-981x540Questa è la storia di una magia. Una magia che si compie ogni giorno. Una di quelle silenziose, quasi del tutto impercettibili.
Se sei un lettore poco attento o semplicemente sei stanco dalle fatiche della giornata ti consiglio di chiudere la pagina e lasciarti svagare da altro. Il che non è sbagliato. Può succedere che, tra migliaia di parole lette, ci si senta stanchi e ascoltare l’ultimo coglione di turno non è proprio l’ideale.
Se invece sei arrivato fin qui, leggi attentamente. Ti prometto che ne varrà la pena.
Questa è la storia di una magia. Una magia che si compie ogni giorno. Una di quelle silenziose, quasi del tutto impercettibili. Questa è la storia di Riccardo e di come con le parole possa cambiare le sorti del destino umano a suo piacimento. Riccardo, ogni volta, porta con sé un taccuino su cui appunta tutto ciò che gli passa per la mente. In una fredda giornata d’inverno, in attesa del treno delle 18:20, scrisse:

Il più grave dei mali
di questa vita è la
sensibilità.
Chi può se la scorda
dentro
il resto si lascia
uccidere lentamente.

Ma leggendo tra le sette righe si accorse di un’unica stonatura soltanto. Perché chi è sensibile dovrebbe farsi uccidere da qualcuno? A Riccardo non andava di farli morire.
Morire.
Ecco la soluzione:

Il resto si lascia
morire lentamente.

Ancora una volta la magia fu compiuta. Li aveva salvati. Chi dà ascolto alle proprie emozioni non si lascia mica uccidere. Le persone sensibili sono le uniche a viverla davvero, la vita. Si lasciano morire lentamente e cessano di esistere soltanto quando ormai il loro percorso si è esaurito su questa terra. Non si scordano di nulla.
Sono le 18:40 e Riccardo ha perso il treno. Non importa, in attesa del prossimo – forse – vedrà compiere un’altra silenziosa, quasi impercettibile magia.

Eterna notte (Giano Vander)


la-notteAncora non ci posso credere. Bellissima lei, una vera dea. Che ci faceva in quel bar popolato da ubriaconi molesti e baldracche dozzinali? Non ricordo nulla. Né cosa ho bevuto, né come l’ho conosciuta; tantomeno in quale occasione l’ho convinta a venire a casa mia. Me, proprio me. Vecchio, tarchiato ed appesantito. Mi sono appena svegliato in un lago di sudore e mi ritrovo questa Venere che dorme accanto a me, seminuda, dall’altra parte del letto. Il lenzuolo le scopre leggermente il seno. Perfettamente capiente in una coppa di champagne. Due gambe lunghe, da valletta della televisione. Un viso disegnato da Milo Manara. Una poesia che si è materializzata in carne. Resto attonito ad ammirarne la sinuosità delle curve. Devo pisciare. Accendo la luce del bagno e mi guardo nello specchio; non ho una bella cera, le borse sotto gli occhi mi ricordano che dovrei dormire di più. Svuoto la vescica; il rumore dello sciacquone interrompe i miei pensieri mentre mi sforzo di combattere l’oblio. Un dubbio mi coglie: e se appena si sveglia volesse dei soldi? Non può essere. Una zoccola se ne sarebbe andata da un pezzo, e approfittando del mio stato di catalessi mi avrebbe ripulito non solo il portafogli, ma anche la collezione di Tag Heuer e probabilmente qualche bottiglia di Château Margaux.

Torno in camera da letto, e appena varcato la soglia la trovo sveglia. Completamente nuda, in piedi, in mezzo al letto. È ancora più bella. Mi guarda e ride. Si è accorta di quanto faccio schifo, penso. Invece mi invita ad avvicinarmi. Non mi faccio attendere, mi avvicino al letto per stendermi nuovamente. Lei si inginocchia, mi viene sopra. Col pollice mi accarezza la fronte, poi me la bacia.
Mi chiamo Persefone. Benvenuto”.

Una nuova avventura del barone di Münchausen (Ferdinando Gaeta)

barone_su_una_palla_di_cannoneUna volta, quando ero in Giappone, salvai la vita all’imperatore che per compensarmi mi regalò mille geishe. Ora, voi sapete bene come i giapponesi diventano irascibili quando si rifiuta un loro regalo, figuriamoci un imperatore. Se quella notte non fossi andato a letto con tutte e mille le donne certamente mi avrebbe fatto uccidere.
Ma come potevo fare? Non che mi mancassero le forze, beninteso, ma un letto adatto a una simile impresa dove mai lo avrei trovato?
Già mi vedevo decapitato quando mi ricordai che i giapponesi dormono praticamente per terra. Allora, sempre col permesso dell’imperatore, feci chiudere l’autostrada Tokio Okinawa e vi stesi le mille donne.
Fu una notte bellissima.
Peccato che a Okinawa fui multato per eccesso di velocità.

Prenderò il tuo cuore (Aurelio Raiola)

nanowrimoPrenderò il tuo cuore. E per farlo non aspetterò permessi, quelli li lascio alle mezze seghe. Non esiterò a squarciarti il petto mentre tu resterai in silenzio. Zitta ti voglio, zitta. Muta devi essere. Non un suono, non una parola. Se ne uccide più la lingua che la spada tu sei la regina dei serial killer. Sempre una parola su tutto, sempre un commento su tutti. E mai una parola buona, consolatrice, mai una carezza di fiato. Proprio mai una carezza, punto. Ho visto le tue dita stringere, lisciare, tirare, strattonare. Esigere, indicare, trattenere. E chiedere, soprattutto chiedere. Mai un gesto di pietà verso gli altri, mai.
Sto per prenderti il cuore e non potrai fare nulla. Non accetterò dinieghi, né ritardi. Me lo prenderò e basta e non opporrai resistenza. Non mi distrarrai con i tuoi psicogiochetti da rotocalco. E chiudi gli occhi, quando ti parlo! Non osare sporcarmi con il  tuo sguardo sbieco, tu e i tuoi fottuti occhi di giada. Sì, di giada, come ami chiamarli. Nemmeno nei cartoni animati li chiamano più così. Nemmeno negli hard-boiled degli anni venti. Tu, invece, continui a fare la bambolina, la Bratz dei vicoli, una capa tanta e gli occhi di giada. Che poi le Bratz non si portano più, troppo zoccole per il mercato italiano. È un settore inflazionato, l’offerta supera di gran lunga la domanda. E io una domanda ti devo fare: ma tu proprio con Saverio mi dovevi fare le corna? Con il mio rivale di sempre, prima a scuola e poi al lavoro? Quel coso corto e storto, le spallucce a passero becco e il capello a palla da biliardo? Mi ha sempre fregato tutto, fin da bambini: la merenda, i voti, persino l’affetto di mia nonna. Che lo adorava perché sapeva cantare Va pensiero. Mentre io no, stonato come una campana pezzotta arrancavo pure con l’Inno di Mameli.
Comunque, il tuo cuore me lo prendo, anche se fai finta di niente, anche se hai la testa girata. Anzi, proprio per quello. Se mi guardassi con quegli occhi… di giada, sì, i tuoi bellissimi occhi di giada, non ne avrei più il coraggio. Resterei immobilizzato e fesso come tu non sopportavi. Quando litigavamo c’ero io lago e tu cascata, io mare e tu fiume in piena, io con le mani a coppa e tu a pisciarci dentro. Ma ora i tuoi dannati occhi sono chiusi e io ti prenderò il cuore.
Lo so che ora vorresti Saverio. Che vorresti fosse lui a sbatterti sul letto, toglierti come una furia la giacca, sbottonarti la camicetta e palparti il seno. Ma sta dormendo, lui. Ora tocca a me. Tocca a me segnare il punto esatto e incidere. Vedere finalmente se hai un cuore, prenderlo tra le mani, carezzarlo e stringerlo fino a rianimarti. Così potrai tornare da Saverio. Mannaggia a Ippocrate e al mio turno di notte.

Napoli è come tua mamma che piglia e si ubriaca (Antonio Liccardo)

Napoli è come tua mamma.
Quando vieni in questa città, sembra quando torni in famiglia, hai presente? Magari non ti sei fatto vivo per anni, manco una telefonata, o hai combinato qualche casino e devi startene buono in un posto sicuro, oppure ti presenti a orari improbabili. Tua mamma non vuole sapere nulla, le interessa solo che sei tornato. E ti abbraccia, stretto stretto.
Senti questi profumi? Scendere a Piazza Dante è come aprire la porta di casa e farsi pervadere dalla fragranza del pane caldo; svolti in un vicolo e ti ritrovi nel salone di casa tua che odora ancora dell’ultima frittura.
Tua mamma ti vede sempre sciupato, anche se pesi due quintali, e ti prepara da mangiare. Se sono le dodici di giorno o di notte, è indifferente.
Se ti accomodi sul muretto del Lungomare e guardi in acqua, ti sei seduto sulle gambe di tua mamma, vecchie ma ancora toste, e la stai guardando in faccia, stanca ma sempre brillante. Se chiudi gli occhi, la spuma compone una ninna nanna un po’ sgrammaticata ma, forse proprio per questo motivo, bella. E tu la vedi, a tua mamma, che si è appoggiata di schiena sulla costa, e si è addormentata prima di te.
Poi tua mamma piglia e si ubriaca. Si lascia andare, così tanto da farti vergognare di essere suo figlio: si mette a ballare, sguaiata, in mezzo ai balordi, che le alzano la gonna, le infilano le mani sotto e lei li lascia fare. Li lascia rubare la sua dignità e la sua ricchezza, imbrogliare e comandare, la trattano come una poco di buono anche se fino a ieri era lei la regina. Tu vorresti fare qualcosa, ma non puoi. È una storia che va avanti da anni, da secoli, sembra che così debba andare. Abbassi i pugni, e lasci che tua mamma si allontani verso l’oscurità di una luminaria fulminata, sottobraccio a un nugolo di delinquenti.
E tu la rivedi, che ha perso i sensi a bordo mare, in mezzo a bottiglie rotte e copertoni, a gambe all’aria e col seno di fuori.
Lo sai che domani lei sarà di nuovo splendida, che non è successo niente, che si va avanti. Ma sai anche che, senza preavviso, potrebbe rimettersi a bere.
Molti tuoi fratelli non ce la fanno a vederla in quello stato. Lei non vuole essere aiutata, dice che pur volendo non può, e i tuoi fratelli sono oramai amareggiati. Se ne vanno via, spesso lontano, per non avere più nulla a che fare con lei.
Come in ogni famiglia, i fratelli che restano dicono che chi scappa non ha il coraggio di prendersi cura della propria mamma. Non comprendendo che, spesso, chi fugge lo fa per non intaccare i buoni sentimenti che ancora si provano per lei.
Dopotutto, tu riusciresti a odiare tua mamma?

A novembre tornano le cene con delitto firmate Paole Alate

baseQuattro insoliti commensali. Quelli che sconvolgeranno una tranquilla cena tra amici. Quattro potenziali assassini che tenteranno, in tutti i modi, di scagionarsi dando la colpa al proprio vicino. Ai partecipanti il compito, coadiuvati da un investigatore, di dare un volto all’assassino e assicurarlo alla giustizia.

La cena con delitto è un detective game che vede i commensali assoluti protagonisti nella parte dell’investigatore. Attraverso le loro domande ma, soprattutto, facendo leva sul proprio acume, i partecipanti al gioco dovranno scoprire: nome dell’assassino, movente e dinamica del delitto.
Il gioco è articolato in due momenti: in una prima fase il master racconterà una storia, coinvolgendo i quattro indiziati. Nella seconda fase un interrogatorio singolo permetterà di scoprire il passato degli indiziati e cosa possa aver spinto l’assassino a colpire.

Milleuno dubbi, un numero di bugie ancora maggiore.
Una sola certezza: sono tutti sospettati.

Per info e prenotazioni: 334 3349640