Archivi tag: gaetano

Via quel quadro dal muro (Dario Gaetano)

Detesto le visite guidate. Specie quando il gruppo di turisti è limitato e l’accompagnatore intercetta ogni singolo sguardo. Si è costretti a mostrare finto interesse, limitare gli sbadigli e ogni volta chiedere il permesso di scattare foto.
Io volevo solo uscire da quella dimora settecentesca, attraversare la piazza e sedermi in un bar. Desideravo solo una birra. Invece no, dovevo girare con la mia ragazza, la sua amica e il di lei fidanzato all’interno della Dimora del Conte di Baracca. Un posto che immalinconiva al solo nominarlo. Immaginavo sorrisi spegnersi sillaba dopo sillaba e un senso di angoscia accompagnare coloro i quali superavano la preposizione articolata che anticipava un ossimoro. Non vi era alcun monte e, pur anche vi fosse stato, sarebbe stato oscurato dalla tetraggine di quell’abitazione.
Le stanze semibuie amplificavano la mia claustrofobia mentre gli affreschi sbiaditi mi riportavano alla mente immagini di una nobiltà decaduta. Ripensai alle parole della nonna: alla necessità di impegnare fedi, lenzuola e pure i materassi per poter comprare del cibo. La stretta allo stomaco si acuì nel vedere un camino spento e gli opachi monili poggiati sul piano di marmo sbrecciato.
La guida ci condusse nel salone delle feste. Arazzi sdruciti, tappezzeria impolverata e un lampadario alimentato da una lampada a led che stonava col contesto demodé.
Immaginai vesti abbondati e gioielli per le signore e pettinature maschili fissate col grasso. Un buffet di soli formaggi avrebbe diffuso tra quelle mura miasmi simili alla stalla di un pecoraio, mentre la padrona si sarebbe discretamente assicurata che nessuno portasse via gli argenti della mise en place.
Il colpo di grazia lo ricevemmo nello studio di sua eccellenza Diogene Baracca, l’uomo di fede cui era intitolata l’abitazione. Uno stanzone occupato da un lungo tavolo, una libreria zeppa tomi polverosi e un inginocchiatoio.
Quel che rendeva lugubre il posto era un gigantesco quadro, raffigurante un bambino con in mano un giglio. Il volto cereo, lo sguardo penetrante e un inquietante sorriso appena accennato risvegliarono in me un terrore per i fantasmi ormai sopito dai tempi delle medie. Era il ritratto del piccolo Francesco, detto Ciccillo, nipote adorato di sua eccellenza, scomparso all’età di tre anni. Un brivido di terrore corse lungo la mia schiena, incrociandone quello sguardo dipinto.
«Procediamo» disse la guida. La seguimmo in silenzio. Ma prima di uscire dalla stanza, fissai il giovanissimo soggetto del quadro. Un attimo, il tempo di vedere Ciccillo rivolgermi un sinistro occhiolino. Fenomeno paranormale o semplice suggestione. Nel dubbio svenni e mi risvegliai in ospedale.