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San Valentino rosso mestruo (Giano Vander)

“Sarà un San Valentino speciale. Promesso”. Così l’avevo congedata, il 13 febbraio.
Gisele aveva ostentato un sorriso malizioso, e il mio bassoventre aveva ostentato un tronco d’ebano. Non ci potevo credere: finalmente, me l’avrebbe data.
Corsi dal cinese all’angolo e alla modica cifra di 3 euro comprai una tovaglia rossa con fantasie dorate di cuoricini e gattini. “Che buon gusto che hai: questa tovaglia è deliziosa”, me la immaginavo già. Mentre la mia Torre di Pisa continuava a raddrizzarsi, pensai a un menu degno del migliore dei ristoranti francesi: da Tonino, il macellaio juventino, comprai mezzo chilo di roast-beef destinato ad un vitello tonnato per il quale si sarebbe leccata i baffi, anche se non li aveva; per preparare una macedonia coi fiocchi, da Antoine, il fruttivendolo, scelsi le banane più grosse, nella speranza che, oltre a deliziarle il palato, le avrebbero anche fatto capire l’antifona. “Ascanio, ma che banane grosse” avrebbe detto; “be’, mica tanto…” le avrei risposto, con fare vissuto degno dell’Humphrey Bogart dei tempi migliori.
Dal pakistano del Cavone scelsi un vino rosso del quale non ricordo il nome, ma solo il prezzo: novantanove centesimi. “Mmm, questo vino fa davvero buon sangue”, avrebbe sussurrato, mentre io il sangue me lo sarei sentito tutto concentrato in un unica, specifica parte del mio corpo che non voglio qui specificare perchè sono un gentleman.
E poi candele giallo fluorescente, bastoncini di incenso al tamarindo che profumavano l’ambiente, vinili di Claudio Villa e Barry White pronti per creare la giusta atmosfera al mio eventuale “permetti questo ballo?”.
14 febbraio. Il gran giorno è arrivato. L’ansia sale, il cuore batte a mille. Le lancette corrono, la mente fantastica e la verga esplode, quasi. “Sei stato perfetto, amore mio. Non ho mai conosciuto un uomo più raffinato, gentile e sensibile di te. Ho voglia di fare l’amore”. Sì, andrà proprio così stasera.
È in ritardo di venti minuti, ma l’attesa verrà ricompensata, ne sono certo. Per ingannare il tempo metto su il disco di Claudio Villa; inizia Granada, e mi rendo conto che non è molto azzeccata per la serata. Passo subito all’altro disco, il grande Barry, e parte la sua versione di Just the way you are. Praticamente, me la sbatterà in faccia appena entrata dalla porta.
SMS. Eccola, è lei. Mi starà avvisando che è giù al palazzo e vuole che vada a prenderla. Tra le gambe, ormai, c’è un baobab.
Mi è venuto un po’ di mal di testa. Spero non ti dispiaccia se rimandiamo a un’altra volta l’appuntamento”. Prendi un palloncino, gonfialo fino a farlo quasi scoppiare e poi lascialo sgonfiare. Esattamente così.
Un attimo di rabbia. Ma giusto un attimo. In fondo, chi se ne frega? Festeggerò con te.
Buon San Valentino, Federica mano amica.

Dieci milioni (Antonio Liccardo)

«Destra, sinistra, a’coppa, a’sotta. So’ tutti lo stesso»
«Concordo»
«Tutto un magna-magna. A proposito, pigliati una coscia di pollo»
«Come se avessi accettato»
«Maronna, e sta’ sciolto»
«È una situazione, questa, che mi perplime»
«Ma qua ti stai assicurando il futuro tuo e di tua moglie!»
«Non ho moglie»
«Alla tua ragazza prima o poi ce lo metti l’anello?»
«Non ho nemmeno la ragazza»
«Guagliò, ma fossi ricchione? Guarda che là queste schifezze non sono tollerate, eh»
«La mia etica me lo vieterebbe comunque»
«”Perplime”, “etica”… ma come parli strano. Ti avesse mandato Striscia?»
«Andrei contro i miei stessi interessi»
«Eh… allò fammi capire che sei scetàto. Al volo. Vai»
«Primo: ciò che sta mangiando non è pollo, ma tacchino»
«Ah. Vabbuò, è sempre roba che teneva le scelle!»
«Secondo: lei è attualmente l’unico appiglio più solido, sicuro e garantito per poter trovare lavoro e sono certo che già non mi sta più ascoltando perché dopo aver sentito parole come solido, sicuro e garantito rivolte col giusto tono e alla sua persona l’ho ringalluzzita come si deve (e ripetere queste tre parole mi è servito a oliare per bene la sua emotività per poter proseguire) e lei si è già perso nel suo ego servile coi più forti e (ora, a chiusura del periodo, devo usare come ultima parola ciò che le rimarrà in testa, assieme alle tre parole iniziali) coi sofferenti potente»
«Guagliò, mi hai piaciuto come hai parlato. Si vede che tua mamma ti ha imparato bene l’educazione»
«Non ho mai avuto una mamma»
«Ma comm’è possibile? Tutti quanti abbiamo avuto una mamma, mo mi vieni a dire che tu…»
«Non ho mai avuto una mamma»
«Vabbuò, vabbuò. Non mi guardare così che mi fai venire il freddo addosso. Allora possiamo dire che l’affare è concluso. Caccia i soldi»
«A lei»
«Li devo contare o vado a fiducia?»
«Sono dieci milioni»
«Ahhh, oì! Quello il dottore che ti ha raccomandato deve campare cento anni! Guagliò, hai fatto un grande affare. Posti di lavoro come questo non escono più. Te lo ripeto: è tutto un magna-magna»
«Ripeto anch’io: concordo»
«Allora complimenti vivissimi e tanti auguri sincerissimi. Non ti do la mano che ce l’ho azzeccata di pollo»
«Tacchino»
«Vabbuò, quello che è. Poi parlo col dottore per ufficializzare tutto. A quando mi risponde, quella latrina: sono giorni che provo a chiamarlo, ma scatta la segreteria. Poi mi sto preoccupando, che al telegiornale ho visto che hanno arrestato a uno col nome suo. Non vorrei…»
«Si tratta sicuramente di omonimia»
«”Onominì”? Guagliò, ma tu lo sai che parli proprio bello? Ci volesse proprio uno come te nel partito!»
«Come se avessi accettato»
«E allora statti bene»
«Anche lei»
«Hai fatto un grande affare!»
«Anche lei»
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Via quel quadro dal muro (Dario Gaetano)

Detesto le visite guidate. Specie quando il gruppo di turisti è limitato e l’accompagnatore intercetta ogni singolo sguardo. Si è costretti a mostrare finto interesse, limitare gli sbadigli e ogni volta chiedere il permesso di scattare foto.
Io volevo solo uscire da quella dimora settecentesca, attraversare la piazza e sedermi in un bar. Desideravo solo una birra. Invece no, dovevo girare con la mia ragazza, la sua amica e il di lei fidanzato all’interno della Dimora del Conte di Baracca. Un posto che immalinconiva al solo nominarlo. Immaginavo sorrisi spegnersi sillaba dopo sillaba e un senso di angoscia accompagnare coloro i quali superavano la preposizione articolata che anticipava un ossimoro. Non vi era alcun monte e, pur anche vi fosse stato, sarebbe stato oscurato dalla tetraggine di quell’abitazione.
Le stanze semibuie amplificavano la mia claustrofobia mentre gli affreschi sbiaditi mi riportavano alla mente immagini di una nobiltà decaduta. Ripensai alle parole della nonna: alla necessità di impegnare fedi, lenzuola e pure i materassi per poter comprare del cibo. La stretta allo stomaco si acuì nel vedere un camino spento e gli opachi monili poggiati sul piano di marmo sbrecciato.
La guida ci condusse nel salone delle feste. Arazzi sdruciti, tappezzeria impolverata e un lampadario alimentato da una lampada a led che stonava col contesto demodé.
Immaginai vesti abbondati e gioielli per le signore e pettinature maschili fissate col grasso. Un buffet di soli formaggi avrebbe diffuso tra quelle mura miasmi simili alla stalla di un pecoraio, mentre la padrona si sarebbe discretamente assicurata che nessuno portasse via gli argenti della mise en place.
Il colpo di grazia lo ricevemmo nello studio di sua eccellenza Diogene Baracca, l’uomo di fede cui era intitolata l’abitazione. Uno stanzone occupato da un lungo tavolo, una libreria zeppa tomi polverosi e un inginocchiatoio.
Quel che rendeva lugubre il posto era un gigantesco quadro, raffigurante un bambino con in mano un giglio. Il volto cereo, lo sguardo penetrante e un inquietante sorriso appena accennato risvegliarono in me un terrore per i fantasmi ormai sopito dai tempi delle medie. Era il ritratto del piccolo Francesco, detto Ciccillo, nipote adorato di sua eccellenza, scomparso all’età di tre anni. Un brivido di terrore corse lungo la mia schiena, incrociandone quello sguardo dipinto.
«Procediamo» disse la guida. La seguimmo in silenzio. Ma prima di uscire dalla stanza, fissai il giovanissimo soggetto del quadro. Un attimo, il tempo di vedere Ciccillo rivolgermi un sinistro occhiolino. Fenomeno paranormale o semplice suggestione. Nel dubbio svenni e mi risvegliai in ospedale.

Non far rumore (Teresa Mandara)

Cammina piano. Fa’ silenzio. Chiudi la porta. No, la luce non l’accendere. Mettiamoci a dormire. Solo un paio d’ore e poi sarà tutto finito. No, non toccarmi. Anzi, fallo. Non parlare.
Odore di fumo, libri, sudore e fiori. Candore misto a desiderio.
Andava bene così. Andavamo bene così. C’incastravamo perfettamente.
La mia testa sull’incavo del suo collo, le mani le une nelle altre, le labbra. Eravamo perfettamente in simbiosi, ogni millimetro del nostro corpo combaciava perfettamente.
Non ti muovere. Brucia, sì tutto brucia. Era troppo tempo che non succedeva. Un tatuaggio  sotto il petto. I muscoli tesi, le unghie nella carne, le voci rotte, la pelle d’oca, le coperte sul pavimento. Parole dure, parole lievi, parole che si disperdevano per la stanza.
Dammi un sorso di birra. Sì, voglio stare sopra, sì voglio stringerti al seno.
Non ti dimentico. Non mi guardare, non piangere. Fa caldo, la barba pizzica sul viso, le mani sono agitate, violente, stanche. Un anello al naso, ossa.
No, non accendere la luce. No, i tuoi occhi non potrei sopportarli.
Parole che accompagnavano sguardi vuoti, amari, affettuosi, arrabbiati. Sguardi come caleidoscopi, parole come acqua gelida sulla pelle. Fiducia e dolore.
Lingue che lasciano solchi, pensieri instabili, gambe tremanti.
Qualcosa nasce, qualcosa muore. Qualcosa finisce.
Freddo. Baci sulle spalle, sorsi di birra, carezze distratte.
È l’ultima notte, prendi le scarpe, non fare rumore, guida piano, ti voglio bene.

Il dito medio (Stefania Serrapica)

Avevo nove anni quando Crack, il cane dell’amante di mia madre, quasi mi staccò un dito.
Arrivai al pronto soccorso in ambulanza, perché non avevamo la macchina e i vicini da un po’ non ci davano retta.
Quando mi portarono in sala operatoria mi dissero di contare all’incontrario e di partire da venti.
Non diedi ascolto a nessuno. Mi addormentai pensando di svenire o forse svenni per la paura che avevo di addormentarmi senza desiderarlo davvero.
Mi svegliai, pensai: “ok, è tutto apposto”
E invece no. Sollevai la mano e pensai subito alla scuola, a cosa avrebbero detto i miei compagni vedendo il dito medio alzato.
Risero fino allo sfinimento e in tutta risposta il dito medio era ancora lì, diritto, come a voler convergere sulla sua punta il più energico dei vaffanculo.
Quando all’ospedale mi tolsero il gesso, non abbassai il dito medio. Entrai in ambulatorio e lo mostrai alla dottoressa. Poi tornai a casa, ed avvicinai Crack, il cane. Fu il turno di mia madre, del mio patrigno, del resto del mondo.
Sebbene fossi in grado di muoverlo perfettamente, decisi che quel dito sarebbe rimasto fermo e dritto per il resto dei miei giorni. Non avevo scuse, lo so, e a trent’anni potrebbero non prenderti sul serio quando ad un colloquio di lavoro una parte del tuo corpo è parallela alla cravatta.
Eppure quante volte il dito mi ha fatto da scudo.
Quante volte mi ci sono nascosto dietro.
Quante volte sono stato frainteso e ho fatto a botte ad un semaforo.
È stato il parafulmini della mia rabbia, il chiodo fisso e il perno su cui ruota il mio universo, il mio play back e la mia voce silenziosa, la manifestazione sbottonata della mia coscienza.
Un giorno mentre lo ammiravo, pensai che non avevo mai veduto niente di così ostinato e caparbio, sempre così in alto, sempre sopra gli altri. Decisi così di imitarlo, di fare del mio dito uno stile di vita.
Studiai tanto, cercai di essere il migliore, di balzare in testa agli altri.
E così, molto tempo dopo, arrivarono i traguardi, le riconoscenze, i premi.
Adesso sono io, quel dito.
È assecondando la mia follia che molta gente oggi, la guardo dall’alto.

Allejriam (Benedetta De Nicola)

Hai presente la poesia del momento in cui accendi un fiammifero?
Sfreghi con uno scatto la testa del cerino e fiat lux. Impertinente la camera si sposta su un primo piano assordante e rosso fuoco. Poesia, direi. Soave, suppongo. Ma tu che ne sai di poesia e bellezza? Tu? Che con le mani avide ti aggrappi alle emozioni altrui come un piragna affamato. Cosa ne sai, inutile bestia dell’odio della poesia di un fiammifero che si accende, dell’attrito e del suono stesso della parola attrito che ad ascoltarla scroscia sulle emozioni di cui vuoi cibarti? Che ne sai tu, capra ignorante, materialista, inutile zecca dell’umanità, inutile spreco di aria, inutile disturbo  del mondo, disgustoso essere antipoetico e nefasto. Ti piace lo struscio delle banconote, il risucchio della carta di credito, ti piace il dolore di chi sai e ignori quello di chi non ti riguarda, ma tu, Allejriam sei sola e inutile, trafitta dal gelo che emani e che mi trasmetti.
E io, lontana anni luce dal tuo disgusto, amo la vita e ti osservo sputare veleno e sì, lo ammetto, accuso il tremore di chi fa pena, ma non mi piego, non mi dimetto, non sudo e non mi scompongo perché amo, io amo e desidero, pullulo di sangue umano e vitale, tocco questo fiammifero e ne sento il calore prima che la camera si sposti al primo piano, godo l’esistenza delle scie sonore di un fischio, gioisco il gusto delle rose appena sfornate, assaporo il tuo odio verso il mondo, la nevrosi e la risciacquo facendomi i denti  neri. Poi sputo e ti vedo, lì, nella pozzanghera scura che ribolle d’odio, così poggio delicata la giacca sulla marmaglia nera da te composta e, candidamente, porgo la mano al mio amore che ti calpesta senza cattiveria, pulito e leggiadro, come tu non sei mai stata.

L’attesa del piacere (Ginevra Stroffolino)

Anniversario di fidanzamento. 3 anni. Margot quasi non riusciva a crederci.
Mai con nessuno era riuscita ad avere una relazione che durasse così tanto. Di solito le sue storie si consumavano in poche settimane di passione . Lei tendeva ad annoiarsi presto e a sostituire piuttosto velocemente l’amore precedente con uno nuovo. Ma con Eric era stato diverso. Lui aveva saputo tenerle testa da subito , con intelligenza e ironia. Aveva preso in mano le redini della loro storia e non aveva lasciato che fosse lei a tirare a tirare i fili.

Quella data meritava di essere di festeggiata alla grande e lei aveva deciso di fare una sorpresa al suo uomo. Gli aveva telefonato nel pomeriggio. Ceniamo a casa, gli aveva detto. Stasera sushi! Lui aveva accettato molto volentieri. Amava trascorrere le serate a casa con lei e il sushi era il suo piatto preferito. Ma Margot aveva in mente ben altro che una semplice cenetta romantica. Allestì la cucina con lampade giapponesi e candele profumate. Sgombrò il grande tavolo di cristallo e vi si distese , completamente nuda. Sistemò attorno a sé dei fiori di Loto e poi si ricoprì di cibo. Il piatto forte della serata sarebbe stata lei. A cominciare dall’alto una collana di piccole scaglie di salmone le adornava il collo per poi scendere verso lo spazio tra i seni dove campeggiava un gamberetto. Sui capezzoli due piccoli rotoli di Futomaki. Una lunga fila di gamberi e polpettine di sushi le correva lungo l’addome e terminava proprio lì con un fiore di orchidea e una porzione di sashimi.
Era bellissima, il suo corpo perfetto come un piatto da portata. Si mise in attesa del ritorno di Eric e cominciò ad immaginare cosa sarebbe successo. Lo immagino osservare il suo corpo con eccitazione. Lo immaginò assaggiare tutte le portate con la massima calma, con quel sorriso compiaciuto che a lei piaceva tanto. L’avrebbe leccata e morsa delicatamente godendo di ogni assaggio. E poi l’avrebbe presa piano, lì su quel tavolo, tra i fiori e il riso. Margot era eccitatissima , pregustava tutte le emozioni e l’attesa semplicemente le stava amplificando. Mai era stata così felice di aspettare.
Peccato che poi la serata si rivelò un vero flop. Eric non arrivò per cena. Aveva avuto un contrattempo al lavoro. E Margot dopo aver atteso per ore decise di andare a dormire. Ma non era arrabbiata. Anzi forse era stato meglio così. L’incontro immaginario che aveva avuto col suo uomo era stato perfetto e probabilmente nessuna realtà avrebbe potuto eguagliarlo.

Pranzo di matrimonio (Raffaele Formisano)

Finalmente il gran giorno per Giulio e Linda.
La sala per cerimonie era affollatissima. Non appena loro due fecero il loro ingresso trionfale, dopo le consuete fotografie, un’ovazione generale, fragorosi applausi quasi all’unisono, poi tutti a fiondarsi sul succulento buffet che i camerieri avevano appena finito di preparare.
C’era uno degli invitati un po’ più famelico rispetto ad altri, Zi Ndonio, un mastodontico parente della sposa.
Si diceva di lui “A Zi’ Ndonio è meglio a ce fa ‘nu vestito che invitarlo a pranzo!”.
Leggende metropolitane volevano, altresì, che a colazione riuscisse a gestire ben cinque cornetti in contemporanea: uno nella mano destra, uno nella sinistra, uno in bocca, uno nell’esofago e l’ultimo nello stomaco. Il che gli aveva fruttato il meritatissimo soprannome di “Panz ‘e vierm!”.
Zi Ndonio era al suo terzo tentativo di inaugurazione del tavolo imbandito, fulminato, con estrema puntualità, dal rimprovero del capo sala.
All’apertura del buffet, quest’ultimo diede il segnale di ok, correndo a mettersi in salvo assieme a molti altri colleghi.
Zi Ndonio fu un attimino sballottato dalla calca; gli venne, quindi, naturale afferrare le prime cose che potessero capitargli a tiro per non essere da meno a sua moglie zia Ninina, in vantaggio, rispetto a lui, con tre piatti di zeppoline, quattro coppette di snack vari da aperitivo (patatine, noccioline, salatini) e tre bicchieri di succo di frutta.
Zi Ndonio afferrò quattro coppette di cocktail di gamberi e iniziò a fagocitarne avidamente il contenuto, tara inclusa.
Quindi chiamò il cameriere per farsi mettere da parte già qualcosa per dopo: “Chest song po’ sacchett po’ can! Aropp m’ e ddat!”
Il grasso parente era sotto osservazione disgustata di molti convitati, compreso uno che era soprannominato Ciruzzo ‘o poet, cugino diretto della sposa, nonché nipote di Zi Ndonio stesso.
Costui, particolarmente ispirato, aveva iniziato a scrivere qualcosa sul retro del menù bianco, ridacchiando fra sé e sé.
In un momento di applausi il foglio era rimasto abbandonato a se stesso sul tavolo, mimetizzandosi con un tovagliolo, sempre bianco.
A quello stesso tavolo, fuori, come sempre, dal resto del mondo, era seduta anche zia Pupella, una vecchia rincoglionita, ferratissima nel fare discorsi. Per quell’occasione se ne era scritto, su di un biglietto, uno molto speciale per augurare tutta la felicità di questo mondo a suo nipote Giulio e alla dolce consorte.
Si alzò, timida, avviandosi a passo lento verso il palchetto dove si era esibita, fino a poco prima, la cantante assunta per animare la cerimonia.
Ciruzzo ‘o poet si avvide, tutto d’un tratto, di un inquietante dettaglio. Il talloncino con le soavi frasi di zia Pupella era ancora lì sul tavolo. Questo significava che…
Non ebbe nemmeno il tempo di esclamare “Oh, merda!” che la parente di Giulio aveva già iniziato a leggere:

Tu lo vedi da lontano.

È Zi Ndonio il porco umano.

Ogni vot a pranzo e a ccen

par can nun ha maje vist’bben

A matin a culaziòn

se magnass nu liòn,

ma il leone a mezzogiorno

non è altro che un contorno.

Nella notte fredda e oscura

sta accadendo una sciagura.

Ma cos’è? Un uragano?

No, è Zi Ndonio, il porco umano”

Un treno dai sedili blu (Peppe Balbi)

Homeward Bound, 8/17/03, 11:17 AM, 16C, 8336x11804 (394+102), 150%, None 14 bit, 1/10 s, R69.0, G53.7, B68.6Quando ti ho vista la prima volta ero seduto dietro di te in un treno dai sedili blu. Scrutavo il tuo profilo con pudore. Ne studiavo le linee del naso, della mascella, del collo. Mi perdevo tra i tuoi capelli castani, profumati cespugli che si adagiavano morbidi sul fondo blu, mentre immaginavo la brezza a scompigliarli.
La tua figura a tre quarti mi lasciava immaginare la curva delle labbra, piene come ciliegie mature. Come in un lampo mi mostrasti i tuoi occhi, laghi profondi che incorniciavano uno sguardo severo.
Poi fu un fulmine, la tua mano sulla mia guancia, quelle dita affusolate e perfette, tese sulla mia faccia. Non ho provato dolore in quello schiaffo e continuavo a chiedere agli dei vecchi e nuovi che tu fossi sempre lì a portata del mio sguardo. Mi regalasti la tua voce, tonante e acuta in un urlo disgustato, che a me parve un angelico coro, come se tutte le muse assieme avessero deciso di donarmi un piccolo assaggio del loro paradiso. Non ricordo cosa mi dicevi mentre ti allontanavi spaventata e la gente mi spintonava via, lontano da te, e mi sputava addosso epiteti e saliva. Ricordo solo che la tua immagine si offuscava ad ogni passo mentre una donna mi colpiva in testa col suo ombrello, schifata dalla mia erezione, ed il capotreno cercava di coprire le mie nudità che volevo donare a te e solo a te.

L’umorista depresso (Pietro Damiano)

nanowrimoHa nelle mani una pistola.
Entra nella stanza preceduto dai due amici, un uomo e una donna, anche loro armati, e d’improvviso spara alla testa di uno dei due.
Un rumore assordante.
L’altra cerca di scappare.
«Non ti muovere stronza!» le grida puntandogli la pistola in faccia.
La disarma della sua 7.65, poi guarda l’altro a terra con la faccia riversa nel sangue. Sorride.
Lei è in silenzio, cerca di capire le sue intenzioni mentre lui le gira intorno, con entrambe le pistole in mano. Lei ferma.
Si siede sulla poltrona ai piedi del letto e la guarda.
«Non mi fai ridere più» dice lei senza mai abbassare lo sguardo, «Sei solo un pagliaccio, un tossico di merda che ha fuso il cervello. Tu e la tua depressione del cazzo. Sei uno stronzo!»
«Però ti divertivi con questo stronzo, eh? Ti divertivi con me e con lui» le risponde indicando l’amico morto con una delle pistole, «Adesso è tutto finito, siamo rimasti soli, io e te».
«Ammazzati, porco!» gli grida in faccia lei. Tenta uno scatto di reazione. Lui alza i piedi e colpendola con entrambi allo stomaco la scaglia a terra qualche metro più in là.
Lui animato da un gesto di stizza si alza dalla poltrona, stringe tra le mani la canna della 7.65 e se la punta al petto. Si avvicina e le chiede di impugnarla, puntandole con l’altra mano la sua calibro 9 alla testa.
«Adesso sai cosa devi fare, stronza?» le dice ridendo, «devi ridere e premere il grilletto. Se non lo fai, ti faccio saltare la testa per aria». Il suo umorismo fa rabbrividire.
Qualche attimo di silenzio, una breve attesa. Senza dire nulla, abbassa la sua pistola e le spara a un piede. Lei cade gridando.
«Adesso impugna la pistola, ridi di gusto e spara!» le ripete con voce ferma. Lei in lacrime dal dolore, seduta a terra sul suo sangue, stende il braccio, impugna il calcio della pistola che lui tiene tra le mani per la canna, avvicina il dito al grilletto e lo guarda.
«Ridi stronza!» le ripete con un ghigno, «Ridi e spara!»
Finalmente.
Un rumore assordante soffoca ogni risata.