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Non far rumore (Teresa Mandara)

Cammina piano. Fa’ silenzio. Chiudi la porta. No, la luce non l’accendere. Mettiamoci a dormire. Solo un paio d’ore e poi sarà tutto finito. No, non toccarmi. Anzi, fallo. Non parlare.
Odore di fumo, libri, sudore e fiori. Candore misto a desiderio.
Andava bene così. Andavamo bene così. C’incastravamo perfettamente.
La mia testa sull’incavo del suo collo, le mani le une nelle altre, le labbra. Eravamo perfettamente in simbiosi, ogni millimetro del nostro corpo combaciava perfettamente.
Non ti muovere. Brucia, sì tutto brucia. Era troppo tempo che non succedeva. Un tatuaggio  sotto il petto. I muscoli tesi, le unghie nella carne, le voci rotte, la pelle d’oca, le coperte sul pavimento. Parole dure, parole lievi, parole che si disperdevano per la stanza.
Dammi un sorso di birra. Sì, voglio stare sopra, sì voglio stringerti al seno.
Non ti dimentico. Non mi guardare, non piangere. Fa caldo, la barba pizzica sul viso, le mani sono agitate, violente, stanche. Un anello al naso, ossa.
No, non accendere la luce. No, i tuoi occhi non potrei sopportarli.
Parole che accompagnavano sguardi vuoti, amari, affettuosi, arrabbiati. Sguardi come caleidoscopi, parole come acqua gelida sulla pelle. Fiducia e dolore.
Lingue che lasciano solchi, pensieri instabili, gambe tremanti.
Qualcosa nasce, qualcosa muore. Qualcosa finisce.
Freddo. Baci sulle spalle, sorsi di birra, carezze distratte.
È l’ultima notte, prendi le scarpe, non fare rumore, guida piano, ti voglio bene.

L’umorista depresso (Pietro Damiano)

nanowrimoHa nelle mani una pistola.
Entra nella stanza preceduto dai due amici, un uomo e una donna, anche loro armati, e d’improvviso spara alla testa di uno dei due.
Un rumore assordante.
L’altra cerca di scappare.
«Non ti muovere stronza!» le grida puntandogli la pistola in faccia.
La disarma della sua 7.65, poi guarda l’altro a terra con la faccia riversa nel sangue. Sorride.
Lei è in silenzio, cerca di capire le sue intenzioni mentre lui le gira intorno, con entrambe le pistole in mano. Lei ferma.
Si siede sulla poltrona ai piedi del letto e la guarda.
«Non mi fai ridere più» dice lei senza mai abbassare lo sguardo, «Sei solo un pagliaccio, un tossico di merda che ha fuso il cervello. Tu e la tua depressione del cazzo. Sei uno stronzo!»
«Però ti divertivi con questo stronzo, eh? Ti divertivi con me e con lui» le risponde indicando l’amico morto con una delle pistole, «Adesso è tutto finito, siamo rimasti soli, io e te».
«Ammazzati, porco!» gli grida in faccia lei. Tenta uno scatto di reazione. Lui alza i piedi e colpendola con entrambi allo stomaco la scaglia a terra qualche metro più in là.
Lui animato da un gesto di stizza si alza dalla poltrona, stringe tra le mani la canna della 7.65 e se la punta al petto. Si avvicina e le chiede di impugnarla, puntandole con l’altra mano la sua calibro 9 alla testa.
«Adesso sai cosa devi fare, stronza?» le dice ridendo, «devi ridere e premere il grilletto. Se non lo fai, ti faccio saltare la testa per aria». Il suo umorismo fa rabbrividire.
Qualche attimo di silenzio, una breve attesa. Senza dire nulla, abbassa la sua pistola e le spara a un piede. Lei cade gridando.
«Adesso impugna la pistola, ridi di gusto e spara!» le ripete con voce ferma. Lei in lacrime dal dolore, seduta a terra sul suo sangue, stende il braccio, impugna il calcio della pistola che lui tiene tra le mani per la canna, avvicina il dito al grilletto e lo guarda.
«Ridi stronza!» le ripete con un ghigno, «Ridi e spara!»
Finalmente.
Un rumore assordante soffoca ogni risata.

Monna Lisa (Antonio Liccardo)

nanowrimoAvevo un trenino elettrico. Faceva un giro ovale su rotaie perfettamente allineate, tra alberi di sughero, attraverso prati sintetici, costeggiando una pozza con trote di plastica che galleggiavano dentro. Partiva e arrivava nella riproduzione della stazione di Aversa.
Era in uno stanzino di cui ricordo poco, a parte appunto il trenino di cui, se sapessi disegnare, riuscirei a riprodurre addirittura i baffi del macchinista (bianchi, coprivano il sorriso di chi fa il lavoro che ama).
Desiderare quel trenino era il mio hobby: non ci ho mai giocato, almeno non da solo (guardare papà che lo metteva in moto non era la stessa cosa di metterlo in moto con le proprie mani). Avrei sempre voluto, ma fuori dallo stanzino c’era un quadro inquietante di una donna a mezzobusto, come messa lì di guardia, con lo sguardo paziente, pronta ad agguantarmi e trascinarmi dall’altro lato del quadro qualora mi fossi avvicinato troppo al trenino. Era una copia di Monna Lisa.
È ridicolo pensare che un quadro così piccolo, con un soggetto così affascinante, potesse incutere tale terrore.  A quei tempi mi sembrava una gigantografia che di affascinante non aveva nulla.
Una mattina mi ero dato malato da scuola, e ogni componente della famiglia era intento a sbrigare le proprie faccende fuori casa mentre me ne stavo a letto. Ero solo.
Mi ricordai di Monna Lisa, e ne avvertii la presenza. Non ero solo.
Ne sentivo il respiro posato, cadenzato. Mi avvolsi tra le coperte, lo scudo universalmente utilizzato da ogni bambino contro morsi di vampiro e graffi di lupi mannari.
Tra le maglie della paura che mi teneva bloccato, s’insinuò la voglia di manovrare il trenino da Aversa per Aversa. Calciai via le coperte, saltai giù dal letto e mi diressi allo stanzino.
Monna Lisa mi attendeva, serafica. Le mani una sull’altra, immobili. Dietro, una landa immensa dove scontavano l’eternità tutti i bimbi che avevano osato avventurarsi oltre.
Volli chiudere gli occhi per proseguire, ma il suo respiro mi si amplificò in mente.
Tenni quindi gli occhi spalancati, per avvertire con la coda dell’occhio ogni suo scatto.
Feci un passo in avanti. Di lato, sentivo ansimare.
Un altro passo. Inspirava.
Ancora un altro. Espirava.
Giunsi allo stanzino. Il trenino aspettava alla stazione, pronto a portarmi in viaggio tra boscaglie e acquitrini artificiali.
Come una nube minacciosa, un’ombra si stagliò sul verde e sui metalli. E su di me.
Una mano affusolata e tiepida mi cinse il collo.
La serratura della porta d’ingresso scattò, e mia madre mi chiamò.
La mano e l’ombra arretrarono. Mi lanciai per afferrare la donna che voleva portarmi con sé. Non c’era nessuno.
Monna Lisa, docile, era nel quadro. E, dietro di lei, l’eternità.