Archivi tag: Monnalisa

Monna Lisa (Antonio Liccardo)

nanowrimoAvevo un trenino elettrico. Faceva un giro ovale su rotaie perfettamente allineate, tra alberi di sughero, attraverso prati sintetici, costeggiando una pozza con trote di plastica che galleggiavano dentro. Partiva e arrivava nella riproduzione della stazione di Aversa.
Era in uno stanzino di cui ricordo poco, a parte appunto il trenino di cui, se sapessi disegnare, riuscirei a riprodurre addirittura i baffi del macchinista (bianchi, coprivano il sorriso di chi fa il lavoro che ama).
Desiderare quel trenino era il mio hobby: non ci ho mai giocato, almeno non da solo (guardare papà che lo metteva in moto non era la stessa cosa di metterlo in moto con le proprie mani). Avrei sempre voluto, ma fuori dallo stanzino c’era un quadro inquietante di una donna a mezzobusto, come messa lì di guardia, con lo sguardo paziente, pronta ad agguantarmi e trascinarmi dall’altro lato del quadro qualora mi fossi avvicinato troppo al trenino. Era una copia di Monna Lisa.
È ridicolo pensare che un quadro così piccolo, con un soggetto così affascinante, potesse incutere tale terrore.  A quei tempi mi sembrava una gigantografia che di affascinante non aveva nulla.
Una mattina mi ero dato malato da scuola, e ogni componente della famiglia era intento a sbrigare le proprie faccende fuori casa mentre me ne stavo a letto. Ero solo.
Mi ricordai di Monna Lisa, e ne avvertii la presenza. Non ero solo.
Ne sentivo il respiro posato, cadenzato. Mi avvolsi tra le coperte, lo scudo universalmente utilizzato da ogni bambino contro morsi di vampiro e graffi di lupi mannari.
Tra le maglie della paura che mi teneva bloccato, s’insinuò la voglia di manovrare il trenino da Aversa per Aversa. Calciai via le coperte, saltai giù dal letto e mi diressi allo stanzino.
Monna Lisa mi attendeva, serafica. Le mani una sull’altra, immobili. Dietro, una landa immensa dove scontavano l’eternità tutti i bimbi che avevano osato avventurarsi oltre.
Volli chiudere gli occhi per proseguire, ma il suo respiro mi si amplificò in mente.
Tenni quindi gli occhi spalancati, per avvertire con la coda dell’occhio ogni suo scatto.
Feci un passo in avanti. Di lato, sentivo ansimare.
Un altro passo. Inspirava.
Ancora un altro. Espirava.
Giunsi allo stanzino. Il trenino aspettava alla stazione, pronto a portarmi in viaggio tra boscaglie e acquitrini artificiali.
Come una nube minacciosa, un’ombra si stagliò sul verde e sui metalli. E su di me.
Una mano affusolata e tiepida mi cinse il collo.
La serratura della porta d’ingresso scattò, e mia madre mi chiamò.
La mano e l’ombra arretrarono. Mi lanciai per afferrare la donna che voleva portarmi con sé. Non c’era nessuno.
Monna Lisa, docile, era nel quadro. E, dietro di lei, l’eternità.