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Non può che essere finto (Paquito Catanzaro)

nanowrimoMi sono chiesto spesso in che modo avrei potuto cominciare la mia autobiografia. Ora che quel momento è arrivato ho scelto un’istantanea. Mia madre in primo piano. Giovanissima, bella come non mai, con quegli occhi azzurri, che ho ereditato, e quella carnagione chiara, tratto somatico tipico di chi, come lei, è nata nella fiera Germania dell’Ovest.
Intorno a lei 12 uomini. Villosi e coi muscoli scolpiti. Tutti completamente nudi e tutti rigorosamente col membro eretto. Nove di essi sono di etnia caucasica, due hanno una chiara discendenza africana, uno, invece, dovrebbe avere origini asiatiche. Uso il condizionale poiché costui, nonostante gli occhi a mandorla, è altro un metro e ottanta e ha un pene lungo circa 20 centimetri.
Mi sento di escluderlo dalla lista dei potenziali procreatori, in quanto fin troppo evidenti appaiono le differenze tra il suo incarnato giallastro e il mio, pur non escludendo una singolare amalgama genetica.
Restano, quindi, undici potenziali padri. Già, perché mia madre, l’ex pornostar Christa Matthäus, ha raccontato in numerose occasioni il concepimento del suo primo e unico figlio, Lothar Matthäus, avvenuto durante una gang bang sul set della pellicola “La passione di Christa”. Un capolavoro hard che le permise di vincere l’oscar dei film a luci rosse e scatenò le fantasie erotiche di milioni di onanisti, desiderosi di sostituirsi ai dodici apostoli che iniziavano al sesso la loro avvenente messia.
Nemmeno una goccia di quel seme andò dispersa, ricoprendo il corpo di mia madre per circa il sessantacinque per cento. Tuttavia, qualche spermatozoo doveva essere sfuggito all’occhio delle telecamere e si era insinuato negli antri delle ovaie di mia madre vincendone le resistenze.
Nove mesi dopo quella scena, venivo al mondo io. Un bambino che, fin dal primo vagito, aveva un destino segnato. Figlio di una diva del porno e di un efficiente comprimario della stessa categoria, non potevo che avviarmi a una fulgida carriera nel mondo dei film a luci rosse. Un figlio d’arte che vantava un perverso patrimonio genetico e la ventura di poter esibire, con fierezza, un pene di 18 centimetri a riposo e 23 in stato di grazia.
Un giovane che, partito dalla natia Stoccarda, ha girato il mondo e ha fatto gridare di piacere migliaia di donne di qualsiasi età, mentre i loro coetanei mi ergevano a mito o, invidiandomi, pronunciavano epiteti come «Quel cazzo enorme non può che essere finto».
È così che ho deciso di intitolare quest’autobiografia che inizio a scrivere oggi, alla soglia dei 70 anni, digitando velocemente. Desidero, infatti, concludere subito questo primo paragrafo perché tutti questi ricordi mi han fatto venire voglia di farmi una sega.