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Parete Bianca VII. La mostra di Giuseppe Ottaiano

Continua, con successo, la settima edizione di Parete Bianca, la kermesse dedicata all’arte organizzata dall’associazione culturale torrese Parole Alate.

Nella suggestiva cornice dell’hotel Villa Signorini di Ercolano, giovedì 16 novembre, è stata la volta di “Castelli irpini. Una rete di comunicazione” mostra fotografica realizzata da Giuseppe Ottaiano, fondatore dell’associazione culturale Terre di Campania.

Un progetto fotografico, quello presentato all’interno dell’evento, che mira a valorizzare l’immenso patrimonio della regione Campania in fatto di castelli: oltre duecento siti che Ottaiano, nel corso degli anni, ha visitato, immortalato e condiviso grazie a mostre, incontri col pubblico (non ultima la partecipazione all’Expo 2016), con le scuole e attraverso un portale che ha come obiettivo la rivalutazione di un territorio troppo spesso balzato agli onori della cronaca per le proprie nefandezze, più che per l’immenso patrimonio naturalistico e d’arte di cui dispone.

Estremamente positivo l’impatto della mostra sul pubblico: gli scatti, infatti, hanno riscosso consensi e generato un interessante dibattito con argomento la Campania e le sue meraviglia. La serata ha, inoltre, gettato le basi per nuove collaborazioni tra associazioni.

«Terre di Campania» dichiara il direttore artistico dell’evento, Giusi Solaro, «è stata una piacevolissima scoperta. Circa un anno fa, all’interno della fiera editoriale Ricomincio dai Libri, abbiamo prospettato la possibilità di realizzare un progetto a quattro mani. Con soddisfazione, ecco qui una mostra che ci ha fatto scoprire meraviglie nascoste a pochi passi da casa nostra. Ci auguriamo che questo sia il primo passo di un lungo e fattivo percorso».

Il discorso della collettività, della rete tra associazioni continua: giovedì 23, infatti, tocca ad Angelo Casteltrione e Alessandra Basile, autori della mostra “Donne di terra: 12 storie di resistenza contadina in Campania”. Un racconto per immagini del territorio campano attraverso gli sguardi e il duro lavoro di donne che hanno dedicato alla terra la propria vita.

Nina (Rita Garofano)

Calling for help; domestic abuse concept

Nina è rannicchiata in un  angolo, non ha voglia di alzarsi  né di scoprire quale parte del suo corpo ha tumefatto il suo uomo. Ormai ha  perso i suoi bei lineamenti di ragazza, i suoi occhi verdi sono sempre chiusi da un cazzotto o da qualche schiaffo quando va bene. Ha distrutto tutte le foto  antecedenti il matrimonio. Quella ragazza  non esiste più. È li per terra in posizione fetale, aspetta di raccogliere  tutte le sue forze e il coraggio  di andare via da quella casa. Stasera, una come tante, la scusa per il pestaggio era il pianto della sua bimba. Quando Bruno l’ha sentita piangere ha colto a volo l’occasione per dar sfogo alla sua ira. Nina, con un balzo prende la carrozzina con la bimba, la porta in camera e le da il ciuccio con un po’ di miele. Prende la chiave la butta nel vaso di fiori proprio sul mobile accanto alla porta.

Quando Bruno giunge davanti la porta vuole assolutamente la chiave per far zittire la bimba, a modo suo. Nina si  para davanti alla camera pronta al sacrificio, pur di salvare la sua bimba dalla violenza del marito. Ed ora è lì per terra che cerca la forza di andarsene, e forse questa volta l’ha trovata. Adesso lui dorme. Si alza faticosamente, raggiunge il bagno, ha un braccio penzoloni, probabilmente rotto. Apre l’armadietto, prende la crema di Ludovica, quella che usa dopo il bagnetto, affonda le mani all’interno, tira fuori una pellicola con  il numero del telefono rosa. È venuto il momento di usarlo. Lo guarda e si guarda. Non sopravvivrebbe a lungo restando lì. Il suo pensiero è  per la figlia. Scende in cucina, prende il telefono e compone il numero. Dall’altra parte del filo una voce dolce dice: «Pronto». Nina piangendo risponde con voce tremula «Mi chiamo Nina, ho bisogno d’aiuto».

«Dimmi  cosa è successo» la incita.

«Mio marito mi ha picchiata, stavolta ci è andato davvero pesante. Ho una bimba di sei mesi, ho paura per lei».

«Non preoccuparti, ti aiutiamo noi. Va’ in camera  prendi la bambina ed esci subito di casa. Dammi il tuo indirizzo, tra cinque minuti una station wagon blu sarà da te, alla guida c’è Serena, una collaboratrice. Non telefonare a nessuno, da questo momento non hai più amiche, né famiglia, distruggi questo numero. Ciao, a fra poco».

A fatica Nina sale le scale, prende Ludovica ma prima di uscire, butta nel water il cellulare di Bruno stacca i fili dalla centralina del telefono, chiude a chiave la porta  dall’esterno e butta le chiavi nel cassonetto dell’indifferenziata. L’auto è lì, Serena le va incontro per darle una mano, la guarda sbigottita, prende la bimba, la sistema nel seggiolone e parte. Nina piange, ma di un pianto liberatorio. Non sarà facile d’ora in avanti, ma ha salvato la sua vita e quella di Ludovica.

L’attesa del piacere (Ginevra Stroffolino)

Anniversario di fidanzamento. 3 anni. Margot quasi non riusciva a crederci.
Mai con nessuno era riuscita ad avere una relazione che durasse così tanto. Di solito le sue storie si consumavano in poche settimane di passione . Lei tendeva ad annoiarsi presto e a sostituire piuttosto velocemente l’amore precedente con uno nuovo. Ma con Eric era stato diverso. Lui aveva saputo tenerle testa da subito , con intelligenza e ironia. Aveva preso in mano le redini della loro storia e non aveva lasciato che fosse lei a tirare a tirare i fili.

Quella data meritava di essere di festeggiata alla grande e lei aveva deciso di fare una sorpresa al suo uomo. Gli aveva telefonato nel pomeriggio. Ceniamo a casa, gli aveva detto. Stasera sushi! Lui aveva accettato molto volentieri. Amava trascorrere le serate a casa con lei e il sushi era il suo piatto preferito. Ma Margot aveva in mente ben altro che una semplice cenetta romantica. Allestì la cucina con lampade giapponesi e candele profumate. Sgombrò il grande tavolo di cristallo e vi si distese , completamente nuda. Sistemò attorno a sé dei fiori di Loto e poi si ricoprì di cibo. Il piatto forte della serata sarebbe stata lei. A cominciare dall’alto una collana di piccole scaglie di salmone le adornava il collo per poi scendere verso lo spazio tra i seni dove campeggiava un gamberetto. Sui capezzoli due piccoli rotoli di Futomaki. Una lunga fila di gamberi e polpettine di sushi le correva lungo l’addome e terminava proprio lì con un fiore di orchidea e una porzione di sashimi.
Era bellissima, il suo corpo perfetto come un piatto da portata. Si mise in attesa del ritorno di Eric e cominciò ad immaginare cosa sarebbe successo. Lo immagino osservare il suo corpo con eccitazione. Lo immaginò assaggiare tutte le portate con la massima calma, con quel sorriso compiaciuto che a lei piaceva tanto. L’avrebbe leccata e morsa delicatamente godendo di ogni assaggio. E poi l’avrebbe presa piano, lì su quel tavolo, tra i fiori e il riso. Margot era eccitatissima , pregustava tutte le emozioni e l’attesa semplicemente le stava amplificando. Mai era stata così felice di aspettare.
Peccato che poi la serata si rivelò un vero flop. Eric non arrivò per cena. Aveva avuto un contrattempo al lavoro. E Margot dopo aver atteso per ore decise di andare a dormire. Ma non era arrabbiata. Anzi forse era stato meglio così. L’incontro immaginario che aveva avuto col suo uomo era stato perfetto e probabilmente nessuna realtà avrebbe potuto eguagliarlo.

TROMBAMI (Benedetta de Nicola)

Inizio prendendo la tromba dalla custodia.
Ma quanto è bello il cielo di notte, soprattutto quando le stelle non si vedono, mi sento unico, solo. Mi piace stare solo, al buio, ho sonno.
Bello questo cielo, si riflette nella tromba d’oro. Inizio, va’.
Suonano le note all’aria aperta, il vento le insidia maliziosamente, le muove, le gira e ne prende la verginità, scorrono le note mentre saliamo io e il pallone in cielo, avvicinandoci alle stelle invisibili, per grazia di Dio. Scure, tossiche, perché se fai luce sul buio non è più buio e se il buio non è più buio allora noi animali notturni non viviamo, e invece io posso vivere, ora, così mentre sono salito di qualche metro, col fuoco sulla testa, il freddo da brividi del braccio, la musica intorno.
Respiro nella mia donna, il suo orifizio è profanato dalla mia saliva che la viola e lei gode, geme e, intanto, il mondo si arricchisce così, con la mia puttana dorata, io la tratto come voglio, la porto su, fino al cielo pure se ha le vertigini, la trascino al centro della terra anche se ha caldo, lei muta, immobile, mi ubbidisce.
Perché?
Perché sono un mostro, e intanto salgo, salgo, salgo fino al cielo, potrei vedere tutto da qui, ma non mi macchio a guardare il mondo, ho gli occhi chiusi e suono, soffio e lei geme. Li apro, una stella riflessa, poi due. Ci siamo, sono arrivato, premo le stelle delle ultime note, sono il RE e il SOL. Ora mi sporgo, le vedo, sono le luci delle case che si accendono, l’ hanno sentita suonare. Ce l’ho fatta, adesso sono sporco di mondo, posso ritirarmi nel buio che mi si addice, finalmente.
È una notte brillante, una mongolfiera vola alta portando in seno una tromba nera di notte, dove si fermerà lo sa solo la musica.

“Forza Napoli”. Parole Alate torna al teatro Sanacore il 25 e 26 febbraio 2017.

forzanapoli_smallForza Napoli. Questo il titolo dello spettacolo, ispirato al romanzo di Aldo Putignano, che la compagnia teatrale Parole Alate porterà in scena, il prossimo 25 e 26 febbraio, presso il teatro Sanacore di San Giorgio a Cremano.
Una storia tinta d’azzurro che ha per protagonista Antonio, aspirante giornalista impegnato nella stesura di un romanzo e suo nonno Gino, tifoso incapace di dubbi o cedimento riguardo la sua fede nei confronti del Napoli.
Una storia che comincia il 6 gennaio 2013, alla vigilia della gara tra Napoli e Roma e conduce dritti alla qualificazione in Champion’s League ottenuta dopo un’avvincente partita contro il Cagliari.
Un percorso fatto di ostacoli da superare, leggende calcistiche da raccontare sottovoce e gli immancabili aneddoti che fanno parte del patrimonio culturale partenopeo.
Per la compagnia teatrale Parole Alate un gradito ritorno nello storico teatro di largo Arso, dopo il successo di pubblico e critica di “Sono stato io” della passata stagione teatrale.

In scena sette attori: Annalisa Raiola, Giusi Solaro, Mary Vado, Giano Vander, Peppe Balbi, Paolo Romano e Paquito Catanzaro, che ha curato la regia e l’adattamento del testo.

Appuntamento il 25 e 26 febbraio nei seguenti orari:
Sabato 25, ore 21:15
Domenica 26, ore 18:00
presso il teatro Sanacore, Largo Arso 39, San Giorgio a Cremano (NA).

Per prenotazioni e informazioni: 3343349640 o parolealate@email.it

L’umorista depresso (Pietro Damiano)

nanowrimoHa nelle mani una pistola.
Entra nella stanza preceduto dai due amici, un uomo e una donna, anche loro armati, e d’improvviso spara alla testa di uno dei due.
Un rumore assordante.
L’altra cerca di scappare.
«Non ti muovere stronza!» le grida puntandogli la pistola in faccia.
La disarma della sua 7.65, poi guarda l’altro a terra con la faccia riversa nel sangue. Sorride.
Lei è in silenzio, cerca di capire le sue intenzioni mentre lui le gira intorno, con entrambe le pistole in mano. Lei ferma.
Si siede sulla poltrona ai piedi del letto e la guarda.
«Non mi fai ridere più» dice lei senza mai abbassare lo sguardo, «Sei solo un pagliaccio, un tossico di merda che ha fuso il cervello. Tu e la tua depressione del cazzo. Sei uno stronzo!»
«Però ti divertivi con questo stronzo, eh? Ti divertivi con me e con lui» le risponde indicando l’amico morto con una delle pistole, «Adesso è tutto finito, siamo rimasti soli, io e te».
«Ammazzati, porco!» gli grida in faccia lei. Tenta uno scatto di reazione. Lui alza i piedi e colpendola con entrambi allo stomaco la scaglia a terra qualche metro più in là.
Lui animato da un gesto di stizza si alza dalla poltrona, stringe tra le mani la canna della 7.65 e se la punta al petto. Si avvicina e le chiede di impugnarla, puntandole con l’altra mano la sua calibro 9 alla testa.
«Adesso sai cosa devi fare, stronza?» le dice ridendo, «devi ridere e premere il grilletto. Se non lo fai, ti faccio saltare la testa per aria». Il suo umorismo fa rabbrividire.
Qualche attimo di silenzio, una breve attesa. Senza dire nulla, abbassa la sua pistola e le spara a un piede. Lei cade gridando.
«Adesso impugna la pistola, ridi di gusto e spara!» le ripete con voce ferma. Lei in lacrime dal dolore, seduta a terra sul suo sangue, stende il braccio, impugna il calcio della pistola che lui tiene tra le mani per la canna, avvicina il dito al grilletto e lo guarda.
«Ridi stronza!» le ripete con un ghigno, «Ridi e spara!»
Finalmente.
Un rumore assordante soffoca ogni risata.

Novant’anni e non li dimostra. Voci, eroi e divine intercessioni di un culto chiamato Società Sportiva Calcio Napoli.

locandina2Ritorna lo spettacolo itinerante che la compagnia teatrale Parole Alate proporrà il 4 e 5 febbraio prossimi presso il centro studi “Luca Giordano” a Napoli.
Una storia tinta d’azzurro è il modo più breve ed efficace per raccontare queste dieci pièce teatrali, che hanno come filo la lunga e gloriosa storia di una squadra, simbolo di un’intera città.

Da quella sera d’agosto di novant’anni fa, giorno celebrato come La nascita del mito, a un rosario calcistico pagano, passando attraverso simboli come l’immancabile marenna che sollazza i palati dei tifosi, al Ciuccio eletto a simbolo della squadra.
All’interno di questo lungo excursus temporale, trovano spazio calciatori come Diego Armando Maradona, Hasse Jeppson e Peppe Bruscolotti, ma pure personaggi equivoci che sembrano attirare la malasorte e donne che tentano, attraverso il calcio, di risvegliare l’appetito sessuale dei propri mariti.

In scena quattro attori: Annalisa Raiola, Giano Vander, Giusi Solaro e Paquito Catanzaro, regista e autore del testo.

Appuntamento, quindi, per il 4 e 5 febbraio nei seguenti orari:

Sabato 4, ore 18:30 e 20:30
Domenica 5, ore 17:00 e 19:00

presso il Centro Studi Luca Giordano, via Pessina 66, Napoli (ingresso su invito).

Per prenotazioni e informazioni: 0815448130 3665677651 3343349640

L’abito verde (Raffaele Iorio)

nanowrimoCome da tradizione Veronica indossava sempre lo stesso abito verde per la vigilia di Natale. Per lei non c’era altro colore più adatto in quel giorno, in fondo il verde è il colore della speranza e lei voleva aggrapparsi alla piccola consolazione che solo la speranza ti può dare. Lo tirava con cura dall’armadio, ne sentiva l’essenza e restava qualche minuto a stringere quel capo, vestita solo del suo intimo. Si vedeva bella allo specchio e come ogni anno amava prepararsi per lui. Assaporava il momento ogni volta come se fosse la prima, cantava e saltava per tutta la casa. Accendeva il camino e apparecchiava per due persone. Poi si sedeva a tavola e versava un bicchiere di vino rosso. Lo faceva roteare, ne sentiva il profumo e poi lo buttava giù tutto d’un sorso. Infine, posava il bicchiere e cominciava a piangere. Piangeva prima singhiozzando per poi continuare a dirotto. Ogni Natale per lei era bagnato di  lacrime ormai da 5 anni. Da quando lui non c’era più. Si erano conosciuti in una sera qualsiasi di primavera e lui subito si innamorò del suo sguardo. “Hai degli occhi stupendi” le disse e così, in vista del loro primo Natale da passare insieme, le regalò quel vestito. “Si abbina perfettamente ai tuoi occhi” le sorrise. Veronica trovò da subito orrendo quel capo, lui non era mai stato bravo con i regali ma non importava. Quella sera di cinque anni fa indossò  quell’abito verde, saltellò e cantò per casa immaginando il suo arrivo, accese il camino e  apparecchiò la tavola per due persone. Nell’attesa non seppe resistere alla tentazione di bere un po’ del vino che aveva comprato quella mattina in supermercato. Nell’aria, si sentiva il suo profumo che sapeva delle notti passate a fare l’amore e, dall’altra parte del muro, le grida felici dei bambini. Veronica toccandosi la pancia immaginava la sua creatura  urlare e cantare allo stesso modo. Lui non sapeva ancora nulla , glielo avrebbe detto  quella sera stessa. Chissà in che modo poteva reagire. Al solo pensiero Veronica tremava, ma quella sera i suoi pensieri furono interrotti da una chiamata improvvisa. Una voce tremante al di là del telefono le annunciò che lui aveva perso la vita in un incidente stradale.

Decamerone Napoletano: il 2017 comincia col ritorno delle leggende napoletane.

GUARDA LA PHOTO GALLERY DI “DECAMERONE NAPOLETANO” DEL 5 GENNAIO 2017

decamerone_smallDecamerone Napoletano. Corteggiamenti, intrallazzi e amorosi sensi tra le lenzuola della Sirena Partenope. Torna lo spettacolo itinerante che la compagnia teatrale Parole Alate presenterà il 5 gennaio 2017, alle ore 20:00, in un’insolita cornice: un’abitazione privata nel cuore del centro storico di Napoli.
Filo conduttore di queste dieci storie è il sesso, espediente narrativo per raccontare storie autentiche e autentiche leggende che fanno ormai parte del patrimonio culturale napoletano.
Dai tempi dei Lupanari, le celebri case di tolleranza pompeiane, ai giorni nostri, il sesso indossa vesti discinte o castigate, divenendo preghiera, in un peccaminoso rosario erotico pagano, o si fa scherzo, coi novanta numeri della scostumatissima tombola.

Il sesso che viaggia attraverso i secoli, indossando gli abiti di corte di Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo, i celebri e gaudenti sovrani del Regno delle Due Sicilie. Inoltre, un “duello di versi” che vede contrapposti i celebri poeti Ferdinando Russo e Giacomo Leopardi, e la genesi della celebre canzone La tammurriata nera insieme a una versione assai credibile della preparazione del primo zabaione della storia.
In scena quattro attori: Annalisa Raiola, Giano Vander, Valeria Bassolino e Paquito Catanzaro, regista e autore del testo.

Appuntamento, quindi, per il 5 gennaio alle 20:00, presso casa De Luca, via dei Tribunali 362, Napoli.
quota di partecipazione: 10 €

Per prenotazioni e informazioni: 
3343349640 oppure 3386165971.

Favola di Natale (Serena Venditto)

nanowrimoC’era una volta una casa in un bosco in cui viveva una vecchina molto malandata. Un giorno, era la vigilia di Natale, camminando per i sentieri del bosco, la vecchina cadde e si fece male: gridò per molto tempo, finché tre amici che viaggiavano insieme verso la città non si accorsero delle sue grida e non vennero in suo soccorso. La aiutarono a risollevarsi, la medicarono e la riaccompagnarono a casa.
Una volta giunti nella sua dimora la vecchina si trasformò in una fiamma e disse: «Grazie per avermi aiutato, amici. Per ricompensarvi, potete esprimere un desiderio ciascuno. Sarà una sorta di regalo di Natale».
Il primo uomo chiese di essere circondato di donne giovani e belle; il secondo uomo chiese un mucchio di danaro; il terzo uomo ci pensò un po’ su e poi disse: «Io sogno di vivere una vita incredibile, avventurosa, fantastica. Ti chiedo quindi ogni giorno un’ora in più».
I suoi compagni lo derisero: come poteva vivere una vita così sbalorditiva solo con un’ora in più? Ma lui restò fermo nel suo desiderio.
La Fiamma si trasformò di nuovo in vecchina, chiese di non divulgare a nessuno il segreto della sua natura magica e promise loro che al ritorno a casa avrebbero avuto il loro dono.
E fu di parola. Ma avrete già capito che i primi due desideri non potevano dare buoni frutti. Tutte le favole vanno così, e anche questa non fa eccezione.
Il primo uomo si stancò assai presto di donne giovani e belle, perché erano frutto della magia, e nessuna di loro lo ascoltava davvero e man mano che il tempo passava la loro compagnia si faceva sempre più triste e noiosa.
Il secondo uomo non seppre gestire tutto quel danaro piovuto dal cielo all’improvviso, e divenne antipatico e insooportabile: presto nessuno volle avere più nulla a che fare con lui, tanto era intrattabile e scorbutico.
E il terzo? Cosa poteva farsene di un’ora in più al giorno?
Il terzo uomo, quando calava la sera, vedeva il tempo fermarsi, l’orologio incantarsi e aspettarlo nel tepore del tramonto: allora apriva un libro e leggeva.
Visse così le vite di dei, eroi, lestofanti e condottieri, maghi e mercenari, principi e gatti, briganti e regine, streghe e dragoni, cavalieri e prostitute.
In tutta la sua lunga vita non ebbe più nulla da desiderare, perché di vite straordinarie ne aveva vissuta una a sera. Vite di carta, ma speciali. In quell’ora in più.