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Undici metri (Paquito Catanzaro)

Luca fissava la porta con espressione seria. «Intendi spostarla col pensiero?» disse una voce alle sue spalle, facendolo sobbalzare.
«Cazzo, papà, mi hai fatto paura» rispose il ragazzo voltandosi.
«Uno, non dire parolacce» puntualizzò l’uomo «due, odio vederti così. Hai giocato malissimo stasera. Mai presi 6 gol in una sola partita».
«Avevo la testa altrove» si giustificò Luca, abbassando lo sguardo. «Non sto passando un bel periodo».
«Bella scusa per mollare i tuoi compagni e fargli perdere la partita».
«Possibile tu riesca a pensare solo a questo cazzo di torneo?» urlò in risposta.
«Non mi riferisco solo a questo» scosse il capo l’uomo. «Parlo della tua indolenza: non studi, non esci. Ti alleni senza voglia, giochi da far schifo e lasci le prove col gruppo».
«Nessuno piange la mia assenza» il ragazzo alzò le spalle, piccato.
«Ti sbagli. La squadra risente l’assenza di un portiere, i Burn non sono in grado di eseguire decentemente Smoke on water senza il riff del loro chitarrista. Inoltre» aggiunse «ai coniugi Matteoli manca l’allegria del loro figlio».
«Passerà» disse Luca sconsolato.
«Quando?» chiese l’uomo.
«Non lo so».
«Viviana è andata a letto con un altro, ok. Siete pari. Ora chiamala e affrontala».
«Mai» rispose risoluto il ragazzo. «È una troia. Con me ha chiuso».
«Sei tu lo stronzo che l’ha tradita per primo».
Luca sbarrò gli occhi. Fissò il padre, notando qualcosa nel suo sguardo.
«Ti sfido» disse l’uomo afferrando il pallone.
«Cosa?»
«Ti sfido. Cinque calci di rigore. Se ne segno meno di tre, maceri in pace. Se dovessi segnarne di più, chiami Viviana immediatamente».
«Mi prendi in giro?» chiese Luca.
«Mai stato più serio».
«Affare fatto» disse il ragazzo, sicuro di sé. «Ma se vinco» aggiunse «mi lasci l’auto per un mese».
Una stretta di mano sancì l’accordo. Gianfranco posizionò il pallone sul dischetto, mentre Luca prendeva posizione tra i pali. Dopo la rincorsa, calciò di sinistro rasoterra. Il ragazzo si tuffò deviando il pallone.
«1-0 per me» gridò al padre.
L’uomo, senza scomporsi, afferrò il pallone e calciò di nuovo. Un tiro potente che si stampò sotto la traversa. Luca imprecò a denti stretti. Un’imprecazione che rinnovò pochi secondi dopo, quando il padre realizzò un altro gol. Luca tornò al centro della porta e aspettò che l’uomo calciasse. A seguito di una breve rincorsa, Gianfranco Matteoli accarezzò il pallone con la punta del piede. La sfera si sollevò come accompagnata da un cucchiaio e finì in rete. Luca giaceva disteso dopo un inutile tuffo.
«Hai perso» disse l’uomo, avviandosi verso le docce. «Chiama Viviana. Ora».