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“Forza Napoli”. Parole Alate torna al teatro Sanacore il 25 e 26 febbraio 2017.

forzanapoli_smallForza Napoli. Questo il titolo dello spettacolo, ispirato al romanzo di Aldo Putignano, che la compagnia teatrale Parole Alate porterà in scena, il prossimo 25 e 26 febbraio, presso il teatro Sanacore di San Giorgio a Cremano.
Una storia tinta d’azzurro che ha per protagonista Antonio, aspirante giornalista impegnato nella stesura di un romanzo e suo nonno Gino, tifoso incapace di dubbi o cedimento riguardo la sua fede nei confronti del Napoli.
Una storia che comincia il 6 gennaio 2013, alla vigilia della gara tra Napoli e Roma e conduce dritti alla qualificazione in Champion’s League ottenuta dopo un’avvincente partita contro il Cagliari.
Un percorso fatto di ostacoli da superare, leggende calcistiche da raccontare sottovoce e gli immancabili aneddoti che fanno parte del patrimonio culturale partenopeo.
Per la compagnia teatrale Parole Alate un gradito ritorno nello storico teatro di largo Arso, dopo il successo di pubblico e critica di “Sono stato io” della passata stagione teatrale.

In scena sette attori: Annalisa Raiola, Giusi Solaro, Mary Vado, Giano Vander, Peppe Balbi, Paolo Romano e Paquito Catanzaro, che ha curato la regia e l’adattamento del testo.

Appuntamento il 25 e 26 febbraio nei seguenti orari:
Sabato 25, ore 21:15
Domenica 26, ore 18:00
presso il teatro Sanacore, Largo Arso 39, San Giorgio a Cremano (NA).

Per prenotazioni e informazioni: 3343349640 o parolealate@email.it

Più o meno come quella del Leicester

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Il premio per la miglior regia, conferito a Paquito Catanzaro. Parole Alate ha ricevuto altre due nomination, per la miglior attrice protagonista (Annalisa Raiola) e per il miglior lavoro teatrale.

Sabato 14 maggio 2016 nella suggestiva cornice del Teatro Sanacore a San Giorgio a Cremano, la compagnia Parole Alate ha ottenuto ben tre riconoscimenti durante la premiazione della prima edizione del Premio Teatro Sanacore.
Annalisa Raiola
ha ricevuto una nomination quale miglior attrice protagonista. Medesima sorte per lo spettacolo “Sono stato io”, candidato come miglior lavoro teatrale. Per lo stesso spettacolo, Paquito Catanzaro è stato premiato come miglior regista.
Ecco come abbiamo vissuto questa esperienza…

Una favola. Più o meno come quella del Leicester. Con meno soldi, meno talento in area di rigore, ma con la medesima passione per ciò che si ama. Loro il calcio, noi il palcoscenico. Quello calcato in un freddo weekend di febbraio.
Il giorno della prima prova il commento fu unanime: «Meno male che il Napoli gioca di lunedì. Il pubblico avrà una scusa in meno per saltare lo spettacolo». Di lì in poi: la lettura del primo atto, il caffè prima di cominciare e la sigaretta prima dei saluti. E la raccomandazione di imparare al più presto il copione «così lo proviamo in piedi e cambia tutto». E cambia pure il cast. Attori impegnati con gli esami e quelli che, intanto, hanno trovato un altro lavoro e declinano col magone l’invito a salire in palcoscenico.
Si assembla perciò una nuova squadra. Composta da vecchi amici, che non si vedevano da anni, e da celebri sconosciuti che sperano di non steccare proprio durante quelle due serate. Quell’ultimo weekend di febbraio in cui sarà necessario stupire il pubblico e fargli capire che siamo giovani, sì, ma solo per motivi anagrafici.
Perché in fondo noi eravamo “la scommessa”. Quel gruppo che, un cartellone or sono, aveva fatto dire al pubblico «Bravi ‘sti ragazzi. Però…» e dopo quei punti sospensivi un mondo lasciato all’immaginazione degli spettatori. Inoltre, le compagnie teatrali con radici assai profonde e quelle ambiziose che osano con attori esperti, mezzi e copioni che hanno scritto la storia del teatro.

Bypassiamo tutto il periodo delle prove. Quaranta giorni appena per ritrovare il morale, per tagliare qualche pagina di copione, per rendere credibile un testo che ci fa ridere ogni volta, perché è scritto con l’intelligenza di chi vuol strappare al pubblico un sorriso con una riflessione appena dopo. Saltiamo a pié pari anche il momento della scelta degli abiti di scena e le telefonate per convincere gli sponsor a mettere a disposizione materiale e mezzi di trasporto. Superiamo velocemente il capitolo in cui si parla di persone che si fanno un culo cubico ogni notte per aggiungere una traccia audio o per tirar fuori dal nulla un elemento che renda la scena ancor più accattivante. E visto che è nei diritti del lettore, superiamo rapidamente il paragrafo in cui si parla di un weekend vissuto sul palco tra gli applausi e le risate del pubblico, tra i «Siete sempre straordinari» e i «Ci avete stupito».

Arriviamo all’ultimo atto. Quel 14 maggio 2016. Fa freddo pure quella sera, contro ogni previsione e, contro ogni previsione, cinque sesti della compagnia non ha modo di raggiungere in tempo il teatro Sanacore per la premiazione. Alla quale si partecipa, non foss’altro per salutare quei vecchi amici che abbracci e baci con affetto. Veniamo al momento in cui si nomina un’attrice, Annalisa Raiola, tra le migliori della stagione teatrale. Il suo nome fa parte della rosa delle candidate. Secondo le previsioni non conquista un premio, ma va bene così. È inchiostro che macchia il curriculum, è una tacca da aggiungere alla divisa. È soprattutto il riconoscimento che questa squadra ha calciatori che reggono il paragone con le vecchie volpi della scena.
Si giunge così alla nomination per la migliore regia. Venti, forse di più, compagnie in concorso. Altrettanti registi che possono ambire a quella statuetta di plexiglass bagnata nella vernice argentata. Venti tizi, con anni di teatro sulle spalle, pronti a salire sul palco per ricevere quel premio. È qui, però, che arriva il colpo di scena. Contro ogni previsione possibile, chi di dovere comunica che il vincitore è Paquito Catanzaro. Sì, proprio lui, il capocomico di questa compagnia. Quello che chiese il permesso al Gruppo 9 di rinnovare una collaborazione teatrale, nata un anno prima per gioco, e trasformatasi in un progetto ambizioso. Quello che indossa la fascia di capitano solo per questioni di anzianità di servizio. Quello che se ne frega dei curriculum e punta su attori sconosciuti perché preferisce il gruppo scalcagnato agli impeccabili solisti. Quel regista che, stringendo tra le mani quel premio, si è sentito come Claudio Ranieri, l’allenatore del Leicester. E come il tecnico romano s’è messo a piangere per quel riconoscimento che premia una compagnia che, da cinque anni, porta in mare aperto una barca grande appena per contenere un equipaggio minuscolo e inesperto.
Una compagnia che, da quasi un lustro, abbassa il capo e accetta le critiche e guarda oltre quando riceve un complimento. Non per arroganza o, peggio ancora, per strafottenza. Guarda oltre perché la mente è già proiettata verso il prossimo traguardo. Piccolo o grande che sia, poco importa. Quel che conta è il viaggio che conduce alla meta. Fatto di prove a tavolino e di quelle in piedi, di lunghe telefonate organizzative e di cene post spettacolo che rinfrancano stomaco e cuore. Emozioni difficili da trascrivere, eppure fondamentali per vivere una favola. Con meno soldi e meno richiamo mediatico forse, eppure più o meno come quella del Leicester.