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Pranzo di matrimonio (Raffaele Formisano)

Finalmente il gran giorno per Giulio e Linda.
La sala per cerimonie era affollatissima. Non appena loro due fecero il loro ingresso trionfale, dopo le consuete fotografie, un’ovazione generale, fragorosi applausi quasi all’unisono, poi tutti a fiondarsi sul succulento buffet che i camerieri avevano appena finito di preparare.
C’era uno degli invitati un po’ più famelico rispetto ad altri, Zi Ndonio, un mastodontico parente della sposa.
Si diceva di lui “A Zi’ Ndonio è meglio a ce fa ‘nu vestito che invitarlo a pranzo!”.
Leggende metropolitane volevano, altresì, che a colazione riuscisse a gestire ben cinque cornetti in contemporanea: uno nella mano destra, uno nella sinistra, uno in bocca, uno nell’esofago e l’ultimo nello stomaco. Il che gli aveva fruttato il meritatissimo soprannome di “Panz ‘e vierm!”.
Zi Ndonio era al suo terzo tentativo di inaugurazione del tavolo imbandito, fulminato, con estrema puntualità, dal rimprovero del capo sala.
All’apertura del buffet, quest’ultimo diede il segnale di ok, correndo a mettersi in salvo assieme a molti altri colleghi.
Zi Ndonio fu un attimino sballottato dalla calca; gli venne, quindi, naturale afferrare le prime cose che potessero capitargli a tiro per non essere da meno a sua moglie zia Ninina, in vantaggio, rispetto a lui, con tre piatti di zeppoline, quattro coppette di snack vari da aperitivo (patatine, noccioline, salatini) e tre bicchieri di succo di frutta.
Zi Ndonio afferrò quattro coppette di cocktail di gamberi e iniziò a fagocitarne avidamente il contenuto, tara inclusa.
Quindi chiamò il cameriere per farsi mettere da parte già qualcosa per dopo: “Chest song po’ sacchett po’ can! Aropp m’ e ddat!”
Il grasso parente era sotto osservazione disgustata di molti convitati, compreso uno che era soprannominato Ciruzzo ‘o poet, cugino diretto della sposa, nonché nipote di Zi Ndonio stesso.
Costui, particolarmente ispirato, aveva iniziato a scrivere qualcosa sul retro del menù bianco, ridacchiando fra sé e sé.
In un momento di applausi il foglio era rimasto abbandonato a se stesso sul tavolo, mimetizzandosi con un tovagliolo, sempre bianco.
A quello stesso tavolo, fuori, come sempre, dal resto del mondo, era seduta anche zia Pupella, una vecchia rincoglionita, ferratissima nel fare discorsi. Per quell’occasione se ne era scritto, su di un biglietto, uno molto speciale per augurare tutta la felicità di questo mondo a suo nipote Giulio e alla dolce consorte.
Si alzò, timida, avviandosi a passo lento verso il palchetto dove si era esibita, fino a poco prima, la cantante assunta per animare la cerimonia.
Ciruzzo ‘o poet si avvide, tutto d’un tratto, di un inquietante dettaglio. Il talloncino con le soavi frasi di zia Pupella era ancora lì sul tavolo. Questo significava che…
Non ebbe nemmeno il tempo di esclamare “Oh, merda!” che la parente di Giulio aveva già iniziato a leggere:

Tu lo vedi da lontano.

È Zi Ndonio il porco umano.

Ogni vot a pranzo e a ccen

par can nun ha maje vist’bben

A matin a culaziòn

se magnass nu liòn,

ma il leone a mezzogiorno

non è altro che un contorno.

Nella notte fredda e oscura

sta accadendo una sciagura.

Ma cos’è? Un uragano?

No, è Zi Ndonio, il porco umano”

TROMBAMI (Benedetta de Nicola)

Inizio prendendo la tromba dalla custodia.
Ma quanto è bello il cielo di notte, soprattutto quando le stelle non si vedono, mi sento unico, solo. Mi piace stare solo, al buio, ho sonno.
Bello questo cielo, si riflette nella tromba d’oro. Inizio, va’.
Suonano le note all’aria aperta, il vento le insidia maliziosamente, le muove, le gira e ne prende la verginità, scorrono le note mentre saliamo io e il pallone in cielo, avvicinandoci alle stelle invisibili, per grazia di Dio. Scure, tossiche, perché se fai luce sul buio non è più buio e se il buio non è più buio allora noi animali notturni non viviamo, e invece io posso vivere, ora, così mentre sono salito di qualche metro, col fuoco sulla testa, il freddo da brividi del braccio, la musica intorno.
Respiro nella mia donna, il suo orifizio è profanato dalla mia saliva che la viola e lei gode, geme e, intanto, il mondo si arricchisce così, con la mia puttana dorata, io la tratto come voglio, la porto su, fino al cielo pure se ha le vertigini, la trascino al centro della terra anche se ha caldo, lei muta, immobile, mi ubbidisce.
Perché?
Perché sono un mostro, e intanto salgo, salgo, salgo fino al cielo, potrei vedere tutto da qui, ma non mi macchio a guardare il mondo, ho gli occhi chiusi e suono, soffio e lei geme. Li apro, una stella riflessa, poi due. Ci siamo, sono arrivato, premo le stelle delle ultime note, sono il RE e il SOL. Ora mi sporgo, le vedo, sono le luci delle case che si accendono, l’ hanno sentita suonare. Ce l’ho fatta, adesso sono sporco di mondo, posso ritirarmi nel buio che mi si addice, finalmente.
È una notte brillante, una mongolfiera vola alta portando in seno una tromba nera di notte, dove si fermerà lo sa solo la musica.

Un treno dai sedili blu (Peppe Balbi)

Homeward Bound, 8/17/03, 11:17 AM, 16C, 8336x11804 (394+102), 150%, None 14 bit, 1/10 s, R69.0, G53.7, B68.6Quando ti ho vista la prima volta ero seduto dietro di te in un treno dai sedili blu. Scrutavo il tuo profilo con pudore. Ne studiavo le linee del naso, della mascella, del collo. Mi perdevo tra i tuoi capelli castani, profumati cespugli che si adagiavano morbidi sul fondo blu, mentre immaginavo la brezza a scompigliarli.
La tua figura a tre quarti mi lasciava immaginare la curva delle labbra, piene come ciliegie mature. Come in un lampo mi mostrasti i tuoi occhi, laghi profondi che incorniciavano uno sguardo severo.
Poi fu un fulmine, la tua mano sulla mia guancia, quelle dita affusolate e perfette, tese sulla mia faccia. Non ho provato dolore in quello schiaffo e continuavo a chiedere agli dei vecchi e nuovi che tu fossi sempre lì a portata del mio sguardo. Mi regalasti la tua voce, tonante e acuta in un urlo disgustato, che a me parve un angelico coro, come se tutte le muse assieme avessero deciso di donarmi un piccolo assaggio del loro paradiso. Non ricordo cosa mi dicevi mentre ti allontanavi spaventata e la gente mi spintonava via, lontano da te, e mi sputava addosso epiteti e saliva. Ricordo solo che la tua immagine si offuscava ad ogni passo mentre una donna mi colpiva in testa col suo ombrello, schifata dalla mia erezione, ed il capotreno cercava di coprire le mie nudità che volevo donare a te e solo a te.

L’ importanza di una parola (Raffaele Iorio)

scrittore-981x540Questa è la storia di una magia. Una magia che si compie ogni giorno. Una di quelle silenziose, quasi del tutto impercettibili.
Se sei un lettore poco attento o semplicemente sei stanco dalle fatiche della giornata ti consiglio di chiudere la pagina e lasciarti svagare da altro. Il che non è sbagliato. Può succedere che, tra migliaia di parole lette, ci si senta stanchi e ascoltare l’ultimo coglione di turno non è proprio l’ideale.
Se invece sei arrivato fin qui, leggi attentamente. Ti prometto che ne varrà la pena.
Questa è la storia di una magia. Una magia che si compie ogni giorno. Una di quelle silenziose, quasi del tutto impercettibili. Questa è la storia di Riccardo e di come con le parole possa cambiare le sorti del destino umano a suo piacimento. Riccardo, ogni volta, porta con sé un taccuino su cui appunta tutto ciò che gli passa per la mente. In una fredda giornata d’inverno, in attesa del treno delle 18:20, scrisse:

Il più grave dei mali
di questa vita è la
sensibilità.
Chi può se la scorda
dentro
il resto si lascia
uccidere lentamente.

Ma leggendo tra le sette righe si accorse di un’unica stonatura soltanto. Perché chi è sensibile dovrebbe farsi uccidere da qualcuno? A Riccardo non andava di farli morire.
Morire.
Ecco la soluzione:

Il resto si lascia
morire lentamente.

Ancora una volta la magia fu compiuta. Li aveva salvati. Chi dà ascolto alle proprie emozioni non si lascia mica uccidere. Le persone sensibili sono le uniche a viverla davvero, la vita. Si lasciano morire lentamente e cessano di esistere soltanto quando ormai il loro percorso si è esaurito su questa terra. Non si scordano di nulla.
Sono le 18:40 e Riccardo ha perso il treno. Non importa, in attesa del prossimo – forse – vedrà compiere un’altra silenziosa, quasi impercettibile magia.

Punk’s not dead (Maria Cristiana Grimaldi)

punks_not_dead_wenceslas_square_pragueI will command all of you
Your kids will meditate in school
Your kids will meditate in school
California Uber Alles”

“Scusami, ho dimenticato di togliere la suoneria al cellulare”
“Non preoccuparti, ma sbaglio o sono i Dead Kennedys?”
“Sì, sono proprio loro, li conosci?”
“Uno dei miei gruppi preferiti all’epoca, certo che li conosco. Comunque piacere Sergio.”
“Davide, piacere mio. Sei nuovo? Non ti avevo mai visto.”
“Sì, sono stato assunto da poco per sostituire il collega di filosofia nella sezione H.”
“Ah bene, io insegno arte nella sezione B. Finalmente qualcuno che ha degli ottimi gusti musicali.”
“Ahaha immagino che non ce ne siano molti. Sembrano quasi tutti lobotomizzati qui dentro, a stento salutano.”
“Lo sono, sono tutti bastardi con la puzza sotto il naso che si rispondono alla dittatura del preside. Quello poi ha le preferenze, per questo solo io e te ci ritroviamo ancora qui a quest’ora a chiudere sti maledetti scrutini”
“Quale altro gruppo ti piace?”
“Guarda, io sono fedele al punk, mi ricorda la mia giovinezza. Bad Religion, Clash, Sex Pistols, Rancid…Ma adoro anche il grunge e il post punk.”
“Non ne parliamo. Gli Alice in Chains tutta la vita. Mi ricordano il periodo dell’occupazione all’università. Bei tempi, noi sì che volevamo cambiare le cose”
“Puoi dirlo forte. Noi non avevamo paura delle percosse della polizia. Il mio gruppo militante a Bologna quante ne ha prese. Hardcore sempre e comunque.”
“Come abbiamo fatto a diventare così? Insegniamo ad un branco di coglioncelli che non sanno nemmeno cosa significhi rivoluzione. Ascoltano musica di merda e passano il loro tempo a chattare.”
“Ci siamo imborghesiti amico mio. Il sistema è malato, siamo destinati alla miseria dei sensi. Non c’è più nessuna presa di posizione, appiattimento totale e coscienze sedate dalla merda che ci propinano.”
“Il bello è che siamo gli unici ad essercene accorti. Gli altri colleghi pensano solo…anzi non pensano, vanno avanti come degli zombie in attesa del destino, felici che quelli a cui insegnano siano troppo assopiti per poter controbattere contro qualsiasi argomento.”
“Guidati dal quel bastardo del preside che è peggio del duce. Fascismo dappertutto.”
“Senti che ne dici di compiere ancora una volta un gesto rivoluzionario? Usciamo fuori e lasciamo stare ste cagate. Facciamoci valere ancora una volta, ”
“Ma che vuoi fare?”
“Seguimi”
L’indomani quando il sole si ritrovò ad illuminare l’istituto superiore “F. De Sanctis”, tutti gli sguardi furono catturati. Qualcosa era cambiato, la quotidianità e la routine erano state interrotte in nome della rivoluzione. Erano tutti lì, docenti ed alunni, con gli occhi e le fotocamere puntati verso l’alto. Tutti ridevano ma si ammutolirono all’arrivo del dirigente scolastico che istintivamente prese a farsi il segno della croce, poi livido e gonfio di rabbia sbraitò tutt’intorno in cerca del colpevole che aveva profanato il muro sotto la finestra del suo ufficio.
Intanto il sole accendeva e rendeva sempre più chiaro quel gesto.
La vernice della bomboletta rossa catturava i raggi e li usava per brillare e splendere di vera ribellione, mostrando fiera, a tutti, il disegno di un cazzo un po’ tozzo, accompagnato dalla scritta “Punk’s not dead”.
Tutti se ne sarebbero ricordati e tutti lo avrebbero dimenticato ma nessuno capì a cosa fosse servito.

Requiem (Vincenzo Jo-Jo Zannetti)

nanowrimoAmadeus scriveva. Era inverno e per mantenere le buone tradizioni di famiglia usava ancora penna e calamaio. Il calamaro era nel freezer per il cenone che si sarebbe tenuto di lì a poco. Attingeva dalla boccetta d’inchiostro frettolosamente. Era un po’ agitato. Accompagnato da un buon succo di frutta a pera che usava travisare nelle bottiglie di vino del nonno, continuava a scrivere. A lume di candela per risparmiare sulla bolletta, col tepore del camino per risparmiare sui riscaldamenti, sentì il campanello suonare.

Non aspettava nessuno. Posò la penna finendo di comporre la sua opera, che altro non era che la formazione del fantacalcio, e andò ad aprire. Un uomo, o un trans con la voce di uomo vestito da Halloween, un V per vendetta con la maschera scura, non si presentò nemmeno che subito gli propose: «Se questa settimana non metti la formazione, sarai ben ricompensato». Mozart cercò di far finta di niente perché lottava per il primo posto, ma appena il travestito cacciò fuori un sacchetto, scuotendolo e facendogli sentire un rumore simile a quello delle monete, Amadeus sobbalzò. «Non sono dinari, ma calamite introvabili della collezioni Calciatori Panini dell’annata 2000-2001… Accetti?».

Il proprietario di casa prese di scatto il malloppo, ne controllò il contenuto, estasiato, entusiasta come non mai. Annuì. L’ospite fuori alla porta andò via. Mozart si avviò alla finestra, accompagnando con gli occhi il suo benefattore. Poi guardò il quadro del nonno alla parete e gli disse: «Tranquillo, la formazione la metto lo stesso».

240 secondi (Peppe Balbi)

nanowrimo240” allo scontro
Cappotto, sciarpa, cappello. Armi contro il freddo pungente di un paese non mio. Non sono abituato al clima. Non sarei dovuto venire qui. Sono stanco degli espedienti, fare km a bordo di mezzi scassati, passare notti da solo, lasciar crescere la barba, indossando sempre la stessa camicia, stendendo le pieghe con le mani e sperando non si macchi.
Vorrei essere a casa, far l’amore con Margherita, accompagnare Gloria a scuola, gustarmi i suoi occhi così simili ai miei. Lo faccio per questo: per quegli occhi nocciola, perché non siano mai gonfi di lacrime. Come i miei in queste notti. Ne mancano due. Due notti e sarò da loro.

180” allo scontro
Se mi sbrigo, potrei passare a salutare Guido. Devo ritirare il vestito di Angela in sartoria. Dannata recita! Le ho trasmesso la mania del perfezionismo, ma non ero così alla sua età. Mamma mi avrebbe picchiato, se avessi urlato come fa lei. Ma non sono lei e non lo sarò mai.
Latte senza lattosio per Mirko, macinato per la cena, caffè, carote. Devo chiamare Anna e rimandare il nostro incontro.
Che cazzo vuole ora, mamma? La chiamo dopo, ora non è il momento! Arrivato alla fermata devo fumare una sigaretta.

120” all’impatto
Chiama quanto vuoi, non rispondo. Ora resti sulle spine. Così impari a fare lo stronzo e lasciarmi da sola a casa. Non ne posso più delle tue serate con gli amici, il calcetto, le birre con gli amici. Io devo aspettare, cenare da sola, pulire e farmi scopare quando ne hai voglia. Basta! Ti amo, ma esigo rispetto. Non voglio telefonate o sms di scuse. Dovevi pensarci prima. Ora esco con le amiche e, se mi va, ci sentiamo stasera.

60” allo scontro
Stesso giro, stessa gente. La donna che ogni giorno aspetta al terminale e non mi degna di un saluto. Gli studenti che colonizzano i sedili posteriori: facce torve e musica sparata nelle cuffie.
La badante rumena coi capelli color prugna che, per paura che io possa chiederle il biglietto, mi sorride guardinga e scatta a ogni mio movimento. La ragazza coi capelli rossi che mi ricorda Silvia da ragazza, bella e sfrontata. Ricci in disordine, pelle bianca e bocca color ciliegia.

Dovrei prendere qualche giorno di ferie e portarla a Firenze. Ci meritiamo un viaggio, come facevamo da ragazzi. Fulvio è cresciuto, ormai. Non voglio che s’annoi e mi lasci, come ha fatto la moglie di Antonio.
Avrei dovuto fare colazione, ora dovrò sopportare il brontolio dello stomaco fino a pranzo. Che fissa, ‘sto ragazzino? Crede mi faccia piacere fermarmi ai semafori, restare nel traffico, scansare gli idioti che sfrecciano, tagliandomi la strada? Ecco, guarda ‘sto coglione che s’immette così sulla carreggiata. Appena arrivo al capolinea devo dire a Silvia che…

Non può che essere finto (Paquito Catanzaro)

nanowrimoMi sono chiesto spesso in che modo avrei potuto cominciare la mia autobiografia. Ora che quel momento è arrivato ho scelto un’istantanea. Mia madre in primo piano. Giovanissima, bella come non mai, con quegli occhi azzurri, che ho ereditato, e quella carnagione chiara, tratto somatico tipico di chi, come lei, è nata nella fiera Germania dell’Ovest.
Intorno a lei 12 uomini. Villosi e coi muscoli scolpiti. Tutti completamente nudi e tutti rigorosamente col membro eretto. Nove di essi sono di etnia caucasica, due hanno una chiara discendenza africana, uno, invece, dovrebbe avere origini asiatiche. Uso il condizionale poiché costui, nonostante gli occhi a mandorla, è altro un metro e ottanta e ha un pene lungo circa 20 centimetri.
Mi sento di escluderlo dalla lista dei potenziali procreatori, in quanto fin troppo evidenti appaiono le differenze tra il suo incarnato giallastro e il mio, pur non escludendo una singolare amalgama genetica.
Restano, quindi, undici potenziali padri. Già, perché mia madre, l’ex pornostar Christa Matthäus, ha raccontato in numerose occasioni il concepimento del suo primo e unico figlio, Lothar Matthäus, avvenuto durante una gang bang sul set della pellicola “La passione di Christa”. Un capolavoro hard che le permise di vincere l’oscar dei film a luci rosse e scatenò le fantasie erotiche di milioni di onanisti, desiderosi di sostituirsi ai dodici apostoli che iniziavano al sesso la loro avvenente messia.
Nemmeno una goccia di quel seme andò dispersa, ricoprendo il corpo di mia madre per circa il sessantacinque per cento. Tuttavia, qualche spermatozoo doveva essere sfuggito all’occhio delle telecamere e si era insinuato negli antri delle ovaie di mia madre vincendone le resistenze.
Nove mesi dopo quella scena, venivo al mondo io. Un bambino che, fin dal primo vagito, aveva un destino segnato. Figlio di una diva del porno e di un efficiente comprimario della stessa categoria, non potevo che avviarmi a una fulgida carriera nel mondo dei film a luci rosse. Un figlio d’arte che vantava un perverso patrimonio genetico e la ventura di poter esibire, con fierezza, un pene di 18 centimetri a riposo e 23 in stato di grazia.
Un giovane che, partito dalla natia Stoccarda, ha girato il mondo e ha fatto gridare di piacere migliaia di donne di qualsiasi età, mentre i loro coetanei mi ergevano a mito o, invidiandomi, pronunciavano epiteti come «Quel cazzo enorme non può che essere finto».
È così che ho deciso di intitolare quest’autobiografia che inizio a scrivere oggi, alla soglia dei 70 anni, digitando velocemente. Desidero, infatti, concludere subito questo primo paragrafo perché tutti questi ricordi mi han fatto venire voglia di farmi una sega.

Folletto Pulp (Raffaele Formisano)

nanowrimo

TOC TOC
-Chi è?
-Folletto! – fece Roby, dopo che gli fu aperta la porta.
Le ragazze che erano con noi in gita si sarebbero scandalizzate dei modi di fare di una monaca.
Noi altri avevamo i nostri limiti e lasciavamo Roby a ruota libera per spassarcela da spettatori.
Quella era la stanza di Luana, una delle nostre amiche, la quale risbatté la porta in faccia a Roby e anche contro un altro affare.
-Ehi, brutta troia! Hai fatto la bua al mio bel falco ammaestrato. Ora esci subito e dagli un bacetto che gli fa ancora male – si innervosì il nostro compagno, più per il rifiuto al contenuto non più nascosto dell’impermeabile caduto a terra, che per altro.
-Vai a farti una puttana, coglione!
-Appunto, apri e lasciami entrare. Sono qui apposta per te!
-Vattene, maiale!
-Non senti il mio richiamo, piccola scrofa illibata? E dai! Prova un po’ a liberarti di quelle tue ragnatele una volta tanto. Sai quanta polvere ci sarà in quella tua bella spelonca? Tu hai urgente bisogno del mio folletto, urgente!
La donna riaprì la porta con impeto e tutta l’intenzione di mollargli un calcio nei gioielli di famiglia.
Si fermò per un istante, lanciò un’occhiata fugace al folletto, quindi afferrò Roby per il collo, tirandolo dentro di forza.
Non rimasero altro che grida e sospiri di godimento fuori quella camera, a conclusione di uno spettacolo che ci aveva lasciati senza parole.
-Voglio essere anche io un rappresentante Folletto un giorno! – s’espresse mio fratello più giovane, che non aveva capito un cazzo.

Otium* (Giano Vander)

«Sono un pelo di culo in un mare di merda, ma la mia vita cambierà per sempre». Jacob lo ripeteva tutti i giorni.
Quando si affacciava alla finestra appena sveglio e osservava il portiere smistare la posta al ritmo di una missiva ogni 5 minuti; quando correva in sala prove, in puntuale ritardo, e incrociava il manifesto a grandezza naturale del concerto di Gigi D’Alessio; quando sulle panchine del parco piangeva sulla foto della sua povera Lisa e sentiva la mignottella di turno stronzeggiare perché il suo cellulare non riceveva gli MMS; quando la mattina trovava la macchina sfregiata e la sera ammirava da “Carmine’s” la Sacra Polizia Unita che si grattava le palle tra una crêpe e una gaufre.
Era un pelo di culo in un mare di merda, ma la sua vita sarebbe cambiata per sempre, prima o poi.
DRIIIIN! DRIIIIN! È l’1.45 di notte, chi potrebbe mai telefonare a quest’ora? Un chitemmuorto che ha voglia di scherzare? La nonna, che nuovamente non ricorda chi è quel vecchietto che dorme nel suo letto? Aspe’, fermi tutti! La demo alla Island Records! L’aveva inviata una settimana prima. Ancora nessuna risposta! Sì, considerando il fuso orario saranno certamente loro! Corri Jacob, sei un pelo di culo in un mare di merda, ma la tua vita sta per cambiare per sempre! CRACK! Fottuto gomito! la tazzina era del servizio buono, e le tue scarpe stanno trasformando il pavimento in una Cloaca Massima. Ma ‘sti cazzi. Fanculo la tazzina e il caffè: la Island, Jacob, la Island!
«HALLO… HALLOOO… IS THERE MR. NARDI?… MR. NARDI? ARE YOU LISTEN TO ME?…».
TU.TU.TU.TU.TU.
Il cordless è a terra, col segnale di occupato. E a terra i cocci della tazzina, e il caffè che ha trasformato il pavimento in una turca. E a terra Jacob. Immobile, silente. Ma sereno. Era un pelo di culo in un mare di merda, ma la sua vita è cambiata per sempre.
Finalmente.

*: da un’idea di Paul Hertz