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San Valentino rosso mestruo (Giano Vander)

“Sarà un San Valentino speciale. Promesso”. Così l’avevo congedata, il 13 febbraio.
Gisele aveva ostentato un sorriso malizioso, e il mio bassoventre aveva ostentato un tronco d’ebano. Non ci potevo credere: finalmente, me l’avrebbe data.
Corsi dal cinese all’angolo e alla modica cifra di 3 euro comprai una tovaglia rossa con fantasie dorate di cuoricini e gattini. “Che buon gusto che hai: questa tovaglia è deliziosa”, me la immaginavo già. Mentre la mia Torre di Pisa continuava a raddrizzarsi, pensai a un menu degno del migliore dei ristoranti francesi: da Tonino, il macellaio juventino, comprai mezzo chilo di roast-beef destinato ad un vitello tonnato per il quale si sarebbe leccata i baffi, anche se non li aveva; per preparare una macedonia coi fiocchi, da Antoine, il fruttivendolo, scelsi le banane più grosse, nella speranza che, oltre a deliziarle il palato, le avrebbero anche fatto capire l’antifona. “Ascanio, ma che banane grosse” avrebbe detto; “be’, mica tanto…” le avrei risposto, con fare vissuto degno dell’Humphrey Bogart dei tempi migliori.
Dal pakistano del Cavone scelsi un vino rosso del quale non ricordo il nome, ma solo il prezzo: novantanove centesimi. “Mmm, questo vino fa davvero buon sangue”, avrebbe sussurrato, mentre io il sangue me lo sarei sentito tutto concentrato in un unica, specifica parte del mio corpo che non voglio qui specificare perchè sono un gentleman.
E poi candele giallo fluorescente, bastoncini di incenso al tamarindo che profumavano l’ambiente, vinili di Claudio Villa e Barry White pronti per creare la giusta atmosfera al mio eventuale “permetti questo ballo?”.
14 febbraio. Il gran giorno è arrivato. L’ansia sale, il cuore batte a mille. Le lancette corrono, la mente fantastica e la verga esplode, quasi. “Sei stato perfetto, amore mio. Non ho mai conosciuto un uomo più raffinato, gentile e sensibile di te. Ho voglia di fare l’amore”. Sì, andrà proprio così stasera.
È in ritardo di venti minuti, ma l’attesa verrà ricompensata, ne sono certo. Per ingannare il tempo metto su il disco di Claudio Villa; inizia Granada, e mi rendo conto che non è molto azzeccata per la serata. Passo subito all’altro disco, il grande Barry, e parte la sua versione di Just the way you are. Praticamente, me la sbatterà in faccia appena entrata dalla porta.
SMS. Eccola, è lei. Mi starà avvisando che è giù al palazzo e vuole che vada a prenderla. Tra le gambe, ormai, c’è un baobab.
Mi è venuto un po’ di mal di testa. Spero non ti dispiaccia se rimandiamo a un’altra volta l’appuntamento”. Prendi un palloncino, gonfialo fino a farlo quasi scoppiare e poi lascialo sgonfiare. Esattamente così.
Un attimo di rabbia. Ma giusto un attimo. In fondo, chi se ne frega? Festeggerò con te.
Buon San Valentino, Federica mano amica.

Pranzo di matrimonio (Raffaele Formisano)

Finalmente il gran giorno per Giulio e Linda.
La sala per cerimonie era affollatissima. Non appena loro due fecero il loro ingresso trionfale, dopo le consuete fotografie, un’ovazione generale, fragorosi applausi quasi all’unisono, poi tutti a fiondarsi sul succulento buffet che i camerieri avevano appena finito di preparare.
C’era uno degli invitati un po’ più famelico rispetto ad altri, Zi Ndonio, un mastodontico parente della sposa.
Si diceva di lui “A Zi’ Ndonio è meglio a ce fa ‘nu vestito che invitarlo a pranzo!”.
Leggende metropolitane volevano, altresì, che a colazione riuscisse a gestire ben cinque cornetti in contemporanea: uno nella mano destra, uno nella sinistra, uno in bocca, uno nell’esofago e l’ultimo nello stomaco. Il che gli aveva fruttato il meritatissimo soprannome di “Panz ‘e vierm!”.
Zi Ndonio era al suo terzo tentativo di inaugurazione del tavolo imbandito, fulminato, con estrema puntualità, dal rimprovero del capo sala.
All’apertura del buffet, quest’ultimo diede il segnale di ok, correndo a mettersi in salvo assieme a molti altri colleghi.
Zi Ndonio fu un attimino sballottato dalla calca; gli venne, quindi, naturale afferrare le prime cose che potessero capitargli a tiro per non essere da meno a sua moglie zia Ninina, in vantaggio, rispetto a lui, con tre piatti di zeppoline, quattro coppette di snack vari da aperitivo (patatine, noccioline, salatini) e tre bicchieri di succo di frutta.
Zi Ndonio afferrò quattro coppette di cocktail di gamberi e iniziò a fagocitarne avidamente il contenuto, tara inclusa.
Quindi chiamò il cameriere per farsi mettere da parte già qualcosa per dopo: “Chest song po’ sacchett po’ can! Aropp m’ e ddat!”
Il grasso parente era sotto osservazione disgustata di molti convitati, compreso uno che era soprannominato Ciruzzo ‘o poet, cugino diretto della sposa, nonché nipote di Zi Ndonio stesso.
Costui, particolarmente ispirato, aveva iniziato a scrivere qualcosa sul retro del menù bianco, ridacchiando fra sé e sé.
In un momento di applausi il foglio era rimasto abbandonato a se stesso sul tavolo, mimetizzandosi con un tovagliolo, sempre bianco.
A quello stesso tavolo, fuori, come sempre, dal resto del mondo, era seduta anche zia Pupella, una vecchia rincoglionita, ferratissima nel fare discorsi. Per quell’occasione se ne era scritto, su di un biglietto, uno molto speciale per augurare tutta la felicità di questo mondo a suo nipote Giulio e alla dolce consorte.
Si alzò, timida, avviandosi a passo lento verso il palchetto dove si era esibita, fino a poco prima, la cantante assunta per animare la cerimonia.
Ciruzzo ‘o poet si avvide, tutto d’un tratto, di un inquietante dettaglio. Il talloncino con le soavi frasi di zia Pupella era ancora lì sul tavolo. Questo significava che…
Non ebbe nemmeno il tempo di esclamare “Oh, merda!” che la parente di Giulio aveva già iniziato a leggere:

Tu lo vedi da lontano.

È Zi Ndonio il porco umano.

Ogni vot a pranzo e a ccen

par can nun ha maje vist’bben

A matin a culaziòn

se magnass nu liòn,

ma il leone a mezzogiorno

non è altro che un contorno.

Nella notte fredda e oscura

sta accadendo una sciagura.

Ma cos’è? Un uragano?

No, è Zi Ndonio, il porco umano”

Un treno dai sedili blu (Peppe Balbi)

Homeward Bound, 8/17/03, 11:17 AM, 16C, 8336x11804 (394+102), 150%, None 14 bit, 1/10 s, R69.0, G53.7, B68.6Quando ti ho vista la prima volta ero seduto dietro di te in un treno dai sedili blu. Scrutavo il tuo profilo con pudore. Ne studiavo le linee del naso, della mascella, del collo. Mi perdevo tra i tuoi capelli castani, profumati cespugli che si adagiavano morbidi sul fondo blu, mentre immaginavo la brezza a scompigliarli.
La tua figura a tre quarti mi lasciava immaginare la curva delle labbra, piene come ciliegie mature. Come in un lampo mi mostrasti i tuoi occhi, laghi profondi che incorniciavano uno sguardo severo.
Poi fu un fulmine, la tua mano sulla mia guancia, quelle dita affusolate e perfette, tese sulla mia faccia. Non ho provato dolore in quello schiaffo e continuavo a chiedere agli dei vecchi e nuovi che tu fossi sempre lì a portata del mio sguardo. Mi regalasti la tua voce, tonante e acuta in un urlo disgustato, che a me parve un angelico coro, come se tutte le muse assieme avessero deciso di donarmi un piccolo assaggio del loro paradiso. Non ricordo cosa mi dicevi mentre ti allontanavi spaventata e la gente mi spintonava via, lontano da te, e mi sputava addosso epiteti e saliva. Ricordo solo che la tua immagine si offuscava ad ogni passo mentre una donna mi colpiva in testa col suo ombrello, schifata dalla mia erezione, ed il capotreno cercava di coprire le mie nudità che volevo donare a te e solo a te.

Eterna notte (Giano Vander)


la-notteAncora non ci posso credere. Bellissima lei, una vera dea. Che ci faceva in quel bar popolato da ubriaconi molesti e baldracche dozzinali? Non ricordo nulla. Né cosa ho bevuto, né come l’ho conosciuta; tantomeno in quale occasione l’ho convinta a venire a casa mia. Me, proprio me. Vecchio, tarchiato ed appesantito. Mi sono appena svegliato in un lago di sudore e mi ritrovo questa Venere che dorme accanto a me, seminuda, dall’altra parte del letto. Il lenzuolo le scopre leggermente il seno. Perfettamente capiente in una coppa di champagne. Due gambe lunghe, da valletta della televisione. Un viso disegnato da Milo Manara. Una poesia che si è materializzata in carne. Resto attonito ad ammirarne la sinuosità delle curve. Devo pisciare. Accendo la luce del bagno e mi guardo nello specchio; non ho una bella cera, le borse sotto gli occhi mi ricordano che dovrei dormire di più. Svuoto la vescica; il rumore dello sciacquone interrompe i miei pensieri mentre mi sforzo di combattere l’oblio. Un dubbio mi coglie: e se appena si sveglia volesse dei soldi? Non può essere. Una zoccola se ne sarebbe andata da un pezzo, e approfittando del mio stato di catalessi mi avrebbe ripulito non solo il portafogli, ma anche la collezione di Tag Heuer e probabilmente qualche bottiglia di Château Margaux.

Torno in camera da letto, e appena varcato la soglia la trovo sveglia. Completamente nuda, in piedi, in mezzo al letto. È ancora più bella. Mi guarda e ride. Si è accorta di quanto faccio schifo, penso. Invece mi invita ad avvicinarmi. Non mi faccio attendere, mi avvicino al letto per stendermi nuovamente. Lei si inginocchia, mi viene sopra. Col pollice mi accarezza la fronte, poi me la bacia.
Mi chiamo Persefone. Benvenuto”.

Favola di Natale (Serena Venditto)

nanowrimoC’era una volta una casa in un bosco in cui viveva una vecchina molto malandata. Un giorno, era la vigilia di Natale, camminando per i sentieri del bosco, la vecchina cadde e si fece male: gridò per molto tempo, finché tre amici che viaggiavano insieme verso la città non si accorsero delle sue grida e non vennero in suo soccorso. La aiutarono a risollevarsi, la medicarono e la riaccompagnarono a casa.
Una volta giunti nella sua dimora la vecchina si trasformò in una fiamma e disse: «Grazie per avermi aiutato, amici. Per ricompensarvi, potete esprimere un desiderio ciascuno. Sarà una sorta di regalo di Natale».
Il primo uomo chiese di essere circondato di donne giovani e belle; il secondo uomo chiese un mucchio di danaro; il terzo uomo ci pensò un po’ su e poi disse: «Io sogno di vivere una vita incredibile, avventurosa, fantastica. Ti chiedo quindi ogni giorno un’ora in più».
I suoi compagni lo derisero: come poteva vivere una vita così sbalorditiva solo con un’ora in più? Ma lui restò fermo nel suo desiderio.
La Fiamma si trasformò di nuovo in vecchina, chiese di non divulgare a nessuno il segreto della sua natura magica e promise loro che al ritorno a casa avrebbero avuto il loro dono.
E fu di parola. Ma avrete già capito che i primi due desideri non potevano dare buoni frutti. Tutte le favole vanno così, e anche questa non fa eccezione.
Il primo uomo si stancò assai presto di donne giovani e belle, perché erano frutto della magia, e nessuna di loro lo ascoltava davvero e man mano che il tempo passava la loro compagnia si faceva sempre più triste e noiosa.
Il secondo uomo non seppre gestire tutto quel danaro piovuto dal cielo all’improvviso, e divenne antipatico e insooportabile: presto nessuno volle avere più nulla a che fare con lui, tanto era intrattabile e scorbutico.
E il terzo? Cosa poteva farsene di un’ora in più al giorno?
Il terzo uomo, quando calava la sera, vedeva il tempo fermarsi, l’orologio incantarsi e aspettarlo nel tepore del tramonto: allora apriva un libro e leggeva.
Visse così le vite di dei, eroi, lestofanti e condottieri, maghi e mercenari, principi e gatti, briganti e regine, streghe e dragoni, cavalieri e prostitute.
In tutta la sua lunga vita non ebbe più nulla da desiderare, perché di vite straordinarie ne aveva vissuta una a sera. Vite di carta, ma speciali. In quell’ora in più.

240 secondi (Peppe Balbi)

nanowrimo240” allo scontro
Cappotto, sciarpa, cappello. Armi contro il freddo pungente di un paese non mio. Non sono abituato al clima. Non sarei dovuto venire qui. Sono stanco degli espedienti, fare km a bordo di mezzi scassati, passare notti da solo, lasciar crescere la barba, indossando sempre la stessa camicia, stendendo le pieghe con le mani e sperando non si macchi.
Vorrei essere a casa, far l’amore con Margherita, accompagnare Gloria a scuola, gustarmi i suoi occhi così simili ai miei. Lo faccio per questo: per quegli occhi nocciola, perché non siano mai gonfi di lacrime. Come i miei in queste notti. Ne mancano due. Due notti e sarò da loro.

180” allo scontro
Se mi sbrigo, potrei passare a salutare Guido. Devo ritirare il vestito di Angela in sartoria. Dannata recita! Le ho trasmesso la mania del perfezionismo, ma non ero così alla sua età. Mamma mi avrebbe picchiato, se avessi urlato come fa lei. Ma non sono lei e non lo sarò mai.
Latte senza lattosio per Mirko, macinato per la cena, caffè, carote. Devo chiamare Anna e rimandare il nostro incontro.
Che cazzo vuole ora, mamma? La chiamo dopo, ora non è il momento! Arrivato alla fermata devo fumare una sigaretta.

120” all’impatto
Chiama quanto vuoi, non rispondo. Ora resti sulle spine. Così impari a fare lo stronzo e lasciarmi da sola a casa. Non ne posso più delle tue serate con gli amici, il calcetto, le birre con gli amici. Io devo aspettare, cenare da sola, pulire e farmi scopare quando ne hai voglia. Basta! Ti amo, ma esigo rispetto. Non voglio telefonate o sms di scuse. Dovevi pensarci prima. Ora esco con le amiche e, se mi va, ci sentiamo stasera.

60” allo scontro
Stesso giro, stessa gente. La donna che ogni giorno aspetta al terminale e non mi degna di un saluto. Gli studenti che colonizzano i sedili posteriori: facce torve e musica sparata nelle cuffie.
La badante rumena coi capelli color prugna che, per paura che io possa chiederle il biglietto, mi sorride guardinga e scatta a ogni mio movimento. La ragazza coi capelli rossi che mi ricorda Silvia da ragazza, bella e sfrontata. Ricci in disordine, pelle bianca e bocca color ciliegia.

Dovrei prendere qualche giorno di ferie e portarla a Firenze. Ci meritiamo un viaggio, come facevamo da ragazzi. Fulvio è cresciuto, ormai. Non voglio che s’annoi e mi lasci, come ha fatto la moglie di Antonio.
Avrei dovuto fare colazione, ora dovrò sopportare il brontolio dello stomaco fino a pranzo. Che fissa, ‘sto ragazzino? Crede mi faccia piacere fermarmi ai semafori, restare nel traffico, scansare gli idioti che sfrecciano, tagliandomi la strada? Ecco, guarda ‘sto coglione che s’immette così sulla carreggiata. Appena arrivo al capolinea devo dire a Silvia che…

Non può che essere finto (Paquito Catanzaro)

nanowrimoMi sono chiesto spesso in che modo avrei potuto cominciare la mia autobiografia. Ora che quel momento è arrivato ho scelto un’istantanea. Mia madre in primo piano. Giovanissima, bella come non mai, con quegli occhi azzurri, che ho ereditato, e quella carnagione chiara, tratto somatico tipico di chi, come lei, è nata nella fiera Germania dell’Ovest.
Intorno a lei 12 uomini. Villosi e coi muscoli scolpiti. Tutti completamente nudi e tutti rigorosamente col membro eretto. Nove di essi sono di etnia caucasica, due hanno una chiara discendenza africana, uno, invece, dovrebbe avere origini asiatiche. Uso il condizionale poiché costui, nonostante gli occhi a mandorla, è altro un metro e ottanta e ha un pene lungo circa 20 centimetri.
Mi sento di escluderlo dalla lista dei potenziali procreatori, in quanto fin troppo evidenti appaiono le differenze tra il suo incarnato giallastro e il mio, pur non escludendo una singolare amalgama genetica.
Restano, quindi, undici potenziali padri. Già, perché mia madre, l’ex pornostar Christa Matthäus, ha raccontato in numerose occasioni il concepimento del suo primo e unico figlio, Lothar Matthäus, avvenuto durante una gang bang sul set della pellicola “La passione di Christa”. Un capolavoro hard che le permise di vincere l’oscar dei film a luci rosse e scatenò le fantasie erotiche di milioni di onanisti, desiderosi di sostituirsi ai dodici apostoli che iniziavano al sesso la loro avvenente messia.
Nemmeno una goccia di quel seme andò dispersa, ricoprendo il corpo di mia madre per circa il sessantacinque per cento. Tuttavia, qualche spermatozoo doveva essere sfuggito all’occhio delle telecamere e si era insinuato negli antri delle ovaie di mia madre vincendone le resistenze.
Nove mesi dopo quella scena, venivo al mondo io. Un bambino che, fin dal primo vagito, aveva un destino segnato. Figlio di una diva del porno e di un efficiente comprimario della stessa categoria, non potevo che avviarmi a una fulgida carriera nel mondo dei film a luci rosse. Un figlio d’arte che vantava un perverso patrimonio genetico e la ventura di poter esibire, con fierezza, un pene di 18 centimetri a riposo e 23 in stato di grazia.
Un giovane che, partito dalla natia Stoccarda, ha girato il mondo e ha fatto gridare di piacere migliaia di donne di qualsiasi età, mentre i loro coetanei mi ergevano a mito o, invidiandomi, pronunciavano epiteti come «Quel cazzo enorme non può che essere finto».
È così che ho deciso di intitolare quest’autobiografia che inizio a scrivere oggi, alla soglia dei 70 anni, digitando velocemente. Desidero, infatti, concludere subito questo primo paragrafo perché tutti questi ricordi mi han fatto venire voglia di farmi una sega.

Folletto Pulp (Raffaele Formisano)

nanowrimo

TOC TOC
-Chi è?
-Folletto! – fece Roby, dopo che gli fu aperta la porta.
Le ragazze che erano con noi in gita si sarebbero scandalizzate dei modi di fare di una monaca.
Noi altri avevamo i nostri limiti e lasciavamo Roby a ruota libera per spassarcela da spettatori.
Quella era la stanza di Luana, una delle nostre amiche, la quale risbatté la porta in faccia a Roby e anche contro un altro affare.
-Ehi, brutta troia! Hai fatto la bua al mio bel falco ammaestrato. Ora esci subito e dagli un bacetto che gli fa ancora male – si innervosì il nostro compagno, più per il rifiuto al contenuto non più nascosto dell’impermeabile caduto a terra, che per altro.
-Vai a farti una puttana, coglione!
-Appunto, apri e lasciami entrare. Sono qui apposta per te!
-Vattene, maiale!
-Non senti il mio richiamo, piccola scrofa illibata? E dai! Prova un po’ a liberarti di quelle tue ragnatele una volta tanto. Sai quanta polvere ci sarà in quella tua bella spelonca? Tu hai urgente bisogno del mio folletto, urgente!
La donna riaprì la porta con impeto e tutta l’intenzione di mollargli un calcio nei gioielli di famiglia.
Si fermò per un istante, lanciò un’occhiata fugace al folletto, quindi afferrò Roby per il collo, tirandolo dentro di forza.
Non rimasero altro che grida e sospiri di godimento fuori quella camera, a conclusione di uno spettacolo che ci aveva lasciati senza parole.
-Voglio essere anche io un rappresentante Folletto un giorno! – s’espresse mio fratello più giovane, che non aveva capito un cazzo.

Otium* (Giano Vander)

«Sono un pelo di culo in un mare di merda, ma la mia vita cambierà per sempre». Jacob lo ripeteva tutti i giorni.
Quando si affacciava alla finestra appena sveglio e osservava il portiere smistare la posta al ritmo di una missiva ogni 5 minuti; quando correva in sala prove, in puntuale ritardo, e incrociava il manifesto a grandezza naturale del concerto di Gigi D’Alessio; quando sulle panchine del parco piangeva sulla foto della sua povera Lisa e sentiva la mignottella di turno stronzeggiare perché il suo cellulare non riceveva gli MMS; quando la mattina trovava la macchina sfregiata e la sera ammirava da “Carmine’s” la Sacra Polizia Unita che si grattava le palle tra una crêpe e una gaufre.
Era un pelo di culo in un mare di merda, ma la sua vita sarebbe cambiata per sempre, prima o poi.
DRIIIIN! DRIIIIN! È l’1.45 di notte, chi potrebbe mai telefonare a quest’ora? Un chitemmuorto che ha voglia di scherzare? La nonna, che nuovamente non ricorda chi è quel vecchietto che dorme nel suo letto? Aspe’, fermi tutti! La demo alla Island Records! L’aveva inviata una settimana prima. Ancora nessuna risposta! Sì, considerando il fuso orario saranno certamente loro! Corri Jacob, sei un pelo di culo in un mare di merda, ma la tua vita sta per cambiare per sempre! CRACK! Fottuto gomito! la tazzina era del servizio buono, e le tue scarpe stanno trasformando il pavimento in una Cloaca Massima. Ma ‘sti cazzi. Fanculo la tazzina e il caffè: la Island, Jacob, la Island!
«HALLO… HALLOOO… IS THERE MR. NARDI?… MR. NARDI? ARE YOU LISTEN TO ME?…».
TU.TU.TU.TU.TU.
Il cordless è a terra, col segnale di occupato. E a terra i cocci della tazzina, e il caffè che ha trasformato il pavimento in una turca. E a terra Jacob. Immobile, silente. Ma sereno. Era un pelo di culo in un mare di merda, ma la sua vita è cambiata per sempre.
Finalmente.

*: da un’idea di Paul Hertz