Dieci milioni (Antonio Liccardo)

«Destra, sinistra, a’coppa, a’sotta. So’ tutti lo stesso»
«Concordo»
«Tutto un magna-magna. A proposito, pigliati una coscia di pollo»
«Come se avessi accettato»
«Maronna, e sta’ sciolto»
«È una situazione, questa, che mi perplime»
«Ma qua ti stai assicurando il futuro tuo e di tua moglie!»
«Non ho moglie»
«Alla tua ragazza prima o poi ce lo metti l’anello?»
«Non ho nemmeno la ragazza»
«Guagliò, ma fossi ricchione? Guarda che là queste schifezze non sono tollerate, eh»
«La mia etica me lo vieterebbe comunque»
«”Perplime”, “etica”… ma come parli strano. Ti avesse mandato Striscia?»
«Andrei contro i miei stessi interessi»
«Eh… allò fammi capire che sei scetàto. Al volo. Vai»
«Primo: ciò che sta mangiando non è pollo, ma tacchino»
«Ah. Vabbuò, è sempre roba che teneva le scelle!»
«Secondo: lei è attualmente l’unico appiglio più solido, sicuro e garantito per poter trovare lavoro e sono certo che già non mi sta più ascoltando perché dopo aver sentito parole come solido, sicuro e garantito rivolte col giusto tono e alla sua persona l’ho ringalluzzita come si deve (e ripetere queste tre parole mi è servito a oliare per bene la sua emotività per poter proseguire) e lei si è già perso nel suo ego servile coi più forti e (ora, a chiusura del periodo, devo usare come ultima parola ciò che le rimarrà in testa, assieme alle tre parole iniziali) coi sofferenti potente»
«Guagliò, mi hai piaciuto come hai parlato. Si vede che tua mamma ti ha imparato bene l’educazione»
«Non ho mai avuto una mamma»
«Ma comm’è possibile? Tutti quanti abbiamo avuto una mamma, mo mi vieni a dire che tu…»
«Non ho mai avuto una mamma»
«Vabbuò, vabbuò. Non mi guardare così che mi fai venire il freddo addosso. Allora possiamo dire che l’affare è concluso. Caccia i soldi»
«A lei»
«Li devo contare o vado a fiducia?»
«Sono dieci milioni»
«Ahhh, oì! Quello il dottore che ti ha raccomandato deve campare cento anni! Guagliò, hai fatto un grande affare. Posti di lavoro come questo non escono più. Te lo ripeto: è tutto un magna-magna»
«Ripeto anch’io: concordo»
«Allora complimenti vivissimi e tanti auguri sincerissimi. Non ti do la mano che ce l’ho azzeccata di pollo»
«Tacchino»
«Vabbuò, quello che è. Poi parlo col dottore per ufficializzare tutto. A quando mi risponde, quella latrina: sono giorni che provo a chiamarlo, ma scatta la segreteria. Poi mi sto preoccupando, che al telegiornale ho visto che hanno arrestato a uno col nome suo. Non vorrei…»
«Si tratta sicuramente di omonimia»
«”Onominì”? Guagliò, ma tu lo sai che parli proprio bello? Ci volesse proprio uno come te nel partito!»
«Come se avessi accettato»
«E allora statti bene»
«Anche lei»
«Hai fatto un grande affare!»
«Anche lei»
click

I believe in… Luoghi comuni, stereotipi e false credenze (Raffaele Iorio)

Masturbarsi rende ciechi, il 48% della popolazione italiana  supera i 65 anni di età, una mela al giorno toglie il medico di torno. Spesso la realtà non coincide con ciò in cui crediamo, il motivo? Quasi  tutta colpa dell’ Homo Sapiens.

Donne, alzi la mano chi non ha creduto – almeno una volta nella vita – che gli uomini abbiano un solo pensiero fisso. Uno studio – condotto su di un campione di individui di sesso maschile – ha dimostrato che non tutti hanno lo stesso tarlo in testa: il  40% di loro, infatti, pensa al sesso qualche volta al mense, mentre alcuni – il 4% –  poco meno di una volta. Attenzione però,  pensare continuamente la stessa  cosa può avere controindicazioni: la  pazzia.  http://http://www.huffingtonpost.it/2014/07/11/sesso-venti-miti-pensavate-fossero-veri_n_5577550.html

Siamo costantemente bombardati da notizie, molte delle quali false, e sempre più spesso siamo predisposti a considerarle  vere. È di qualche tempo fa la notizia dei presunti 35€ messi direttamente nelle tasche degli immigrati (Per chi ne volesse sapere di più) e ,di poche settimane – per essere più attuali – la bufala della correlazione tra autismo e vaccini. Molti  le hanno creduto vere, ma cosa ci spinge ad essere così creduloni? http://http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/11/20/news/privilegi-agli-stranieri-quante-bufale-si-sentono-ecco-la-verita-e-alcuni-miti-da-sfatare-1.188748

Quasi tutta colpa dell’ Homo Sapiens
Il fenomeno di credere quasi a  tutto ciò che ci viene detto è definito dagli esperti “Effetto gregge” e fonda le sue radici in  migliaia di anni fa.  Per gli addetti ai lavori sono tre i modi con cui ci facciamo delle opinioni. Il primo è  informarci direttamente -scelta molto faticosa dunque abbastanza rara. Il secondo  invece è inventare. Questo, tuttavia, potrebbe aumentare le insicurezze, pertanto è una strategia poco utilizzata. Il metodo più diffuso, a quanto pare, è il terzo: affidarci al pensiero altrui.
Quest’ultima opzione, in passato, è risultata essere la più vantaggiosa quando bisognava decidere in fretta per non rischiare la vita o quando la sopravvivenza era garantita dall’appartenenza a un gruppo. Oggi nella società in cui viviamo questa predisposizione, unita ad altri fattori, ha creato scompiglio sull’ opinione pubblica molto spesso distorta. Ci siamo evoluti ma a quanto pare non ci scrolliamo di dosso le care vecchie abitudini.

Ballare è veramente da fr**i?
Da piccolo desideravo ballare ma a quanto pare molti credevano che fosse roba da froci (senza offesa per nessuno, riportiamo solo la colorita espressione). Sport quali il calcio, boxe e arti marziali più si addicevano a un vero ometto. Ebbene una piccola consolazione per chi ama saltellare qua e là è data dalla scienza: A quanto pare ballare bene rende più sexy.

Tutto è iniziato da uno studio condotto dagli scienziati della “NorthumbriaUniversity”( Gran Bretagna). Utilizzando la tecnica di “Motion capture 3D”, gli addetti ai lavori hanno trasformato  uomini anonimi e inesperti di ballo  in avatar tridimensionali. Una giuria di donne ha scelto in base ai soli movimenti (l’aspetto fisico non ha inficiato) chi sapesse ballare meglio. Dall’ esperimento  è emerso che gli uomini più forti,oltre a saper ballare meglio,vengono recepiti come potenziali partner dalla donna. Ricordate le vecchie care abitudini? In barba ai maldicenti: ballare crea complicità e sex appeal.
Alcune  credenze, spesso,  si sedimentano nella nostra mente a causa nella nostra normale predisposizione ad affidarci all’ opinione altrui. La parola d’ordine, dunque, è mettersi sempre in dubbio e informarsi. Fate attenzione allora, si dice che i comunisti mangino  i bambini.

Via quel quadro dal muro (Dario Gaetano)

Detesto le visite guidate. Specie quando il gruppo di turisti è limitato e l’accompagnatore intercetta ogni singolo sguardo. Si è costretti a mostrare finto interesse, limitare gli sbadigli e ogni volta chiedere il permesso di scattare foto.
Io volevo solo uscire da quella dimora settecentesca, attraversare la piazza e sedermi in un bar. Desideravo solo una birra. Invece no, dovevo girare con la mia ragazza, la sua amica e il di lei fidanzato all’interno della Dimora del Conte di Baracca. Un posto che immalinconiva al solo nominarlo. Immaginavo sorrisi spegnersi sillaba dopo sillaba e un senso di angoscia accompagnare coloro i quali superavano la preposizione articolata che anticipava un ossimoro. Non vi era alcun monte e, pur anche vi fosse stato, sarebbe stato oscurato dalla tetraggine di quell’abitazione.
Le stanze semibuie amplificavano la mia claustrofobia mentre gli affreschi sbiaditi mi riportavano alla mente immagini di una nobiltà decaduta. Ripensai alle parole della nonna: alla necessità di impegnare fedi, lenzuola e pure i materassi per poter comprare del cibo. La stretta allo stomaco si acuì nel vedere un camino spento e gli opachi monili poggiati sul piano di marmo sbrecciato.
La guida ci condusse nel salone delle feste. Arazzi sdruciti, tappezzeria impolverata e un lampadario alimentato da una lampada a led che stonava col contesto demodé.
Immaginai vesti abbondati e gioielli per le signore e pettinature maschili fissate col grasso. Un buffet di soli formaggi avrebbe diffuso tra quelle mura miasmi simili alla stalla di un pecoraio, mentre la padrona si sarebbe discretamente assicurata che nessuno portasse via gli argenti della mise en place.
Il colpo di grazia lo ricevemmo nello studio di sua eccellenza Diogene Baracca, l’uomo di fede cui era intitolata l’abitazione. Uno stanzone occupato da un lungo tavolo, una libreria zeppa tomi polverosi e un inginocchiatoio.
Quel che rendeva lugubre il posto era un gigantesco quadro, raffigurante un bambino con in mano un giglio. Il volto cereo, lo sguardo penetrante e un inquietante sorriso appena accennato risvegliarono in me un terrore per i fantasmi ormai sopito dai tempi delle medie. Era il ritratto del piccolo Francesco, detto Ciccillo, nipote adorato di sua eccellenza, scomparso all’età di tre anni. Un brivido di terrore corse lungo la mia schiena, incrociandone quello sguardo dipinto.
«Procediamo» disse la guida. La seguimmo in silenzio. Ma prima di uscire dalla stanza, fissai il giovanissimo soggetto del quadro. Un attimo, il tempo di vedere Ciccillo rivolgermi un sinistro occhiolino. Fenomeno paranormale o semplice suggestione. Nel dubbio svenni e mi risvegliai in ospedale.

Non far rumore (Teresa Mandara)

Cammina piano. Fa’ silenzio. Chiudi la porta. No, la luce non l’accendere. Mettiamoci a dormire. Solo un paio d’ore e poi sarà tutto finito. No, non toccarmi. Anzi, fallo. Non parlare.
Odore di fumo, libri, sudore e fiori. Candore misto a desiderio.
Andava bene così. Andavamo bene così. C’incastravamo perfettamente.
La mia testa sull’incavo del suo collo, le mani le une nelle altre, le labbra. Eravamo perfettamente in simbiosi, ogni millimetro del nostro corpo combaciava perfettamente.
Non ti muovere. Brucia, sì tutto brucia. Era troppo tempo che non succedeva. Un tatuaggio  sotto il petto. I muscoli tesi, le unghie nella carne, le voci rotte, la pelle d’oca, le coperte sul pavimento. Parole dure, parole lievi, parole che si disperdevano per la stanza.
Dammi un sorso di birra. Sì, voglio stare sopra, sì voglio stringerti al seno.
Non ti dimentico. Non mi guardare, non piangere. Fa caldo, la barba pizzica sul viso, le mani sono agitate, violente, stanche. Un anello al naso, ossa.
No, non accendere la luce. No, i tuoi occhi non potrei sopportarli.
Parole che accompagnavano sguardi vuoti, amari, affettuosi, arrabbiati. Sguardi come caleidoscopi, parole come acqua gelida sulla pelle. Fiducia e dolore.
Lingue che lasciano solchi, pensieri instabili, gambe tremanti.
Qualcosa nasce, qualcosa muore. Qualcosa finisce.
Freddo. Baci sulle spalle, sorsi di birra, carezze distratte.
È l’ultima notte, prendi le scarpe, non fare rumore, guida piano, ti voglio bene.

Airport Tales – L’ aeroporto come spazio di narrazione e generatore di storie

Un taccuino, una penna e una meta da raggiungere a bordo di un aereo. Ci piace immaginare così il narratore ideale per Airport Tales, il concorso letterario organizzato dall’aeroporto internazionale di Napoli. Un concorso per aspiranti scrittori che dovranno mettersi alla prova scrivendo un racconto legato all’aeroporto. Un luogo di passaggio, ma pure di storie che s’intrecciano, tra abbracci e arrivederci; tra voli da prendere all’ultimo istante e viaggi desiderati da tutta una vita.
Testimonial d’eccezione, nonché presidente di giuria, sarà lo scrittore Maurizio De Giovanni che, dopo aver appassionato milioni di lettori con le storie del commissario Ricciardi e quelle dei Bastardi di Pizzofalcone, realizzerà un racconto inedito da inserire in un’antologia, edita da Homo Scrivens, che ospiterà i 15 racconti finalisti.
Per saperne di più: http://www.aeroportodinapoli.it/tales
oppure il sito dell’editore Homo Scrivens http://www.homoscrivens.it/
Buona fortuna e… buon viaggio a tutti!!!

 

AirportTales_bando

Il dito medio (Stefania Serrapica)

Avevo nove anni quando Crack, il cane dell’amante di mia madre, quasi mi staccò un dito.
Arrivai al pronto soccorso in ambulanza, perché non avevamo la macchina e i vicini da un po’ non ci davano retta.
Quando mi portarono in sala operatoria mi dissero di contare all’incontrario e di partire da venti.
Non diedi ascolto a nessuno. Mi addormentai pensando di svenire o forse svenni per la paura che avevo di addormentarmi senza desiderarlo davvero.
Mi svegliai, pensai: “ok, è tutto apposto”
E invece no. Sollevai la mano e pensai subito alla scuola, a cosa avrebbero detto i miei compagni vedendo il dito medio alzato.
Risero fino allo sfinimento e in tutta risposta il dito medio era ancora lì, diritto, come a voler convergere sulla sua punta il più energico dei vaffanculo.
Quando all’ospedale mi tolsero il gesso, non abbassai il dito medio. Entrai in ambulatorio e lo mostrai alla dottoressa. Poi tornai a casa, ed avvicinai Crack, il cane. Fu il turno di mia madre, del mio patrigno, del resto del mondo.
Sebbene fossi in grado di muoverlo perfettamente, decisi che quel dito sarebbe rimasto fermo e dritto per il resto dei miei giorni. Non avevo scuse, lo so, e a trent’anni potrebbero non prenderti sul serio quando ad un colloquio di lavoro una parte del tuo corpo è parallela alla cravatta.
Eppure quante volte il dito mi ha fatto da scudo.
Quante volte mi ci sono nascosto dietro.
Quante volte sono stato frainteso e ho fatto a botte ad un semaforo.
È stato il parafulmini della mia rabbia, il chiodo fisso e il perno su cui ruota il mio universo, il mio play back e la mia voce silenziosa, la manifestazione sbottonata della mia coscienza.
Un giorno mentre lo ammiravo, pensai che non avevo mai veduto niente di così ostinato e caparbio, sempre così in alto, sempre sopra gli altri. Decisi così di imitarlo, di fare del mio dito uno stile di vita.
Studiai tanto, cercai di essere il migliore, di balzare in testa agli altri.
E così, molto tempo dopo, arrivarono i traguardi, le riconoscenze, i premi.
Adesso sono io, quel dito.
È assecondando la mia follia che molta gente oggi, la guardo dall’alto.

Allejriam (Benedetta De Nicola)

Hai presente la poesia del momento in cui accendi un fiammifero?
Sfreghi con uno scatto la testa del cerino e fiat lux. Impertinente la camera si sposta su un primo piano assordante e rosso fuoco. Poesia, direi. Soave, suppongo. Ma tu che ne sai di poesia e bellezza? Tu? Che con le mani avide ti aggrappi alle emozioni altrui come un piragna affamato. Cosa ne sai, inutile bestia dell’odio della poesia di un fiammifero che si accende, dell’attrito e del suono stesso della parola attrito che ad ascoltarla scroscia sulle emozioni di cui vuoi cibarti? Che ne sai tu, capra ignorante, materialista, inutile zecca dell’umanità, inutile spreco di aria, inutile disturbo  del mondo, disgustoso essere antipoetico e nefasto. Ti piace lo struscio delle banconote, il risucchio della carta di credito, ti piace il dolore di chi sai e ignori quello di chi non ti riguarda, ma tu, Allejriam sei sola e inutile, trafitta dal gelo che emani e che mi trasmetti.
E io, lontana anni luce dal tuo disgusto, amo la vita e ti osservo sputare veleno e sì, lo ammetto, accuso il tremore di chi fa pena, ma non mi piego, non mi dimetto, non sudo e non mi scompongo perché amo, io amo e desidero, pullulo di sangue umano e vitale, tocco questo fiammifero e ne sento il calore prima che la camera si sposti al primo piano, godo l’esistenza delle scie sonore di un fischio, gioisco il gusto delle rose appena sfornate, assaporo il tuo odio verso il mondo, la nevrosi e la risciacquo facendomi i denti  neri. Poi sputo e ti vedo, lì, nella pozzanghera scura che ribolle d’odio, così poggio delicata la giacca sulla marmaglia nera da te composta e, candidamente, porgo la mano al mio amore che ti calpesta senza cattiveria, pulito e leggiadro, come tu non sei mai stata.

Nina (Rita Garofano)

Calling for help; domestic abuse concept

Nina è rannicchiata in un  angolo, non ha voglia di alzarsi  né di scoprire quale parte del suo corpo ha tumefatto il suo uomo. Ormai ha  perso i suoi bei lineamenti di ragazza, i suoi occhi verdi sono sempre chiusi da un cazzotto o da qualche schiaffo quando va bene. Ha distrutto tutte le foto  antecedenti il matrimonio. Quella ragazza  non esiste più. È li per terra in posizione fetale, aspetta di raccogliere  tutte le sue forze e il coraggio  di andare via da quella casa. Stasera, una come tante, la scusa per il pestaggio era il pianto della sua bimba. Quando Bruno l’ha sentita piangere ha colto a volo l’occasione per dar sfogo alla sua ira. Nina, con un balzo prende la carrozzina con la bimba, la porta in camera e le da il ciuccio con un po’ di miele. Prende la chiave la butta nel vaso di fiori proprio sul mobile accanto alla porta.

Quando Bruno giunge davanti la porta vuole assolutamente la chiave per far zittire la bimba, a modo suo. Nina si  para davanti alla camera pronta al sacrificio, pur di salvare la sua bimba dalla violenza del marito. Ed ora è lì per terra che cerca la forza di andarsene, e forse questa volta l’ha trovata. Adesso lui dorme. Si alza faticosamente, raggiunge il bagno, ha un braccio penzoloni, probabilmente rotto. Apre l’armadietto, prende la crema di Ludovica, quella che usa dopo il bagnetto, affonda le mani all’interno, tira fuori una pellicola con  il numero del telefono rosa. È venuto il momento di usarlo. Lo guarda e si guarda. Non sopravvivrebbe a lungo restando lì. Il suo pensiero è  per la figlia. Scende in cucina, prende il telefono e compone il numero. Dall’altra parte del filo una voce dolce dice: «Pronto». Nina piangendo risponde con voce tremula «Mi chiamo Nina, ho bisogno d’aiuto».

«Dimmi  cosa è successo» la incita.

«Mio marito mi ha picchiata, stavolta ci è andato davvero pesante. Ho una bimba di sei mesi, ho paura per lei».

«Non preoccuparti, ti aiutiamo noi. Va’ in camera  prendi la bambina ed esci subito di casa. Dammi il tuo indirizzo, tra cinque minuti una station wagon blu sarà da te, alla guida c’è Serena, una collaboratrice. Non telefonare a nessuno, da questo momento non hai più amiche, né famiglia, distruggi questo numero. Ciao, a fra poco».

A fatica Nina sale le scale, prende Ludovica ma prima di uscire, butta nel water il cellulare di Bruno stacca i fili dalla centralina del telefono, chiude a chiave la porta  dall’esterno e butta le chiavi nel cassonetto dell’indifferenziata. L’auto è lì, Serena le va incontro per darle una mano, la guarda sbigottita, prende la bimba, la sistema nel seggiolone e parte. Nina piange, ma di un pianto liberatorio. Non sarà facile d’ora in avanti, ma ha salvato la sua vita e quella di Ludovica.

Sogni e risvegli (Vittoria Iorio)

Devo ammetterlo a me stessa, lui mi ha preso, mi ha colpito, mi ha fatto provare un brivido così forte da non desiderare altro che incontrarlo. Le sue parole sono state seducenti, decise e sfacciate. L’ho sentito braccarmi con la mente e ho solo voglia di arrendermi a quello sconosciuto. L’avrei già dovuto vedere ieri ma le gambe non hanno retto la volontà e quindi non ci siamo incontrati. Lui dice che per questo devo essere punita e mi vien da ridere. Alla fine cosa mai potrebbe farmi? Non sono ancora sua, o forse si ma lui non lo so ancora. Non so niente di lui, non so neanche se il suo vero nome è quello che ha dichiarato a me. So solo che “devo” arrendermi, ma non così velocemente.
Mi chiama, finalmente sento la sua voce, è estremamente irritante. Lui è un cavaliere, per certi versi, ma spavaldo e convinto di avere il mondo ai suoi piedi. Ci diamo appuntamento. Mi chiama, mi richiama e poi mi chiede di vederci con mezz’ora di anticipo. Cerco di “trattare” ma lui mi spiazza: “Se non c’è la fai per quell’ora non mi troverai più!”
Devo farcela. Faccio le corse. Sono quasi al posto stabilito. Risuona il telefono, non rispondo, mancano pochi secondi e ci sono; devo rispondere da lì se no sparisce. Perché poi me ne dovrebbe fregare? Non lo so ma certamente rispondo quando arrivo. Il telefono smette di suonare e ricomincia subito dopo. Adesso ci sono e mi guardo intorno. Lo cerco con gli occhi, è alto, dovrei vederlo ma non lo vedo; rispondo. Lui mi dice: “ ecco la tua punizione…inizia con l’aspettarmi. Non so quando arriverò ma arriverò”.
Riaggancio e scoppio a ridere; figlio di buona donna mi ha fregato. Che faccia tosta! Contemporaneamente una strana scossa mi attraversa il corpo. Mi fermo, prendo un caffè, passeggio, aspetto, mi scoccio, mi viene voglia di andarmene; non so se vorrei piangere, mi domando perché sono venuta qui e perché non me ne vado. Ad occhio e croce se mi ha chiesto di arrivare mezz’ora prima e deve vendicarsi per ieri, non verrà neanche tra mezz’ora ma se il mio intuito non mi inganna, e di lui ne sento l’odore, rilancerà almeno di altri 15 minuti.
Ecco, adesso vorrei sedermi da qualche parte; qui ci sono solo adolescenti, ed io che passeggio. Sono quasi passati 45 minuti. Squilla il telefono. Mi avvisa che sta girando intorno alla piazza dove ci siamo dati appuntamento e, mentre cerco di capire dove si trova, lui trova me e richiama la mia attenzione. Mi giro, è in macchina, alla mia destra. Lo guardo imbambolata. Quel brivido che mi attraversa il corpo si fa più intenso. Corro dall’altro lato della macchina per salire. Sono una pazza. Non l’ho mai fatto e qua credo che cominci il mio primo viaggio, o il mio primo lancio senza il paracadute.
Andiamo al bar, mi piace, parliamo e penso a cosa dovrebbe poi succedere dopo e fatico nel seguire le sue parole perché devo prima rallentare i miei pensieri e cercare di gestire questo senso di eccitazione e stordimento. Credo di potermi fidare di lui anche se cerco di stare un po’ in guardia. Ce ne andiamo e mentre ci dirigiamo alla macchina lui si avvicina ad un millimetro dalle mie labbra; ha un buon odore, voglio assaggiarlo, chiudo gli occhi, mi gira tutto, non mi reggo in piedi. Lui è forte, mi sostiene, mi sente, se ne accorge dell’effetto che sortisce, sorride e mi continua a dire in modo malizioso “Che c’è?”. Io non rispondo, il fiato mi serve e già è poco. Si avvicina sempre più pericolosamente ed io perdo sempre più il controllo. Entriamo nella macchina e mentre guido lui fa scivolare la sua mano tra le mie gambe. Mi sento rapita, persa sempre di più e socchiudo pericolosamente gli occhi. Lui se ne accorge, rallenta, si ferma.  Arriviamo in un posto tranquillo e non esiste più niente al di là di un esterno momento di sospensione nello spazio e nel tempo, un attimo di dannata d’immortalità, un attimo senza nomi, senza storia, senza pudore. Lo spazio per dare tutto ciò che l’altro vuole. Il mio corpo prende fuoco e non posso che assecondare ognuna delle sue richieste. Mi sento dolcemente in trappola e danzo su di lui, sulla vita e su questo senso di eccitazione massima che vorrei non finisse mai.
Sento di appartenergli, sento che non deve chiedermelo, sento che tutto è già cominciato, sento che mi lascio cadere, sento la sveglia che suona.
Diamine, mi sono addormentata e se arriverò tardi lui non ci sarà più.

L’agenda di Parole Alate – Aprile 2017

Calendar page, pen and pocket planner

Ecco gli eventi di aprile:

29/04/17 – ore 20.00: Visita guidata teatralizzata notturna della chiesa dei Santi Severino e Sossio – Napoli (via Bartolomeo Capasso). Teatralizzazione a cura degli attori Peppe Balbi e Paquito Catanzaro. Costo evento: 10 euro.
Per info e prenotazioni: napoli@volontaritouring.it

23/04/17 – ore 10.00: Celebrazione della Giornata mondiale del libro. Attività in collaborazione con il gruppo di lettura Cucina Letteraria all’interno della villa comunale Vincenzo Ciaravolo (corso V. Emanuele, Torre del Greco).

10/04/17 – ore 18.30: Presentazione del romanzo Centomila copie vendute di Paquito Catanzaro (ed. Homo Scrivens) presso il Mondadori Bookstore di Torre del Greco (corso V. Emanuele, 134). Interventi di: Rosaria Rizzo (scrittrice), Aniello Sammarco (giornalista). Modera: Aurelio Raiola (scrittore).
Letture di: Annalisa Raiola, Giusi Solaro e Giano Vander.

06/04/2017 – ore 18.00: Presentazione del romanzo Quella vita accanto di Tiberio Brunetti (Colonnese Editore), presso la Fondazione G.B. Vico, partner dell’iniziativa, c/o terrazza Palazzo Marigliano (via San Biagio dei Librai 39, Napoli ). Intervengono: Luigi Maria Pepe (Fondazione G.B. Vico), Angelo Petrella, Pier Luigi Razzano (giornalista), Rosaria Rizzo (direttore collana “Contemporanea”) ed Edgar Colonnese (editore).Letture a cura di Paquito Catanzaro.