Allejriam (Benedetta De Nicola)

Hai presente la poesia del momento in cui accendi un fiammifero?
Sfreghi con uno scatto la testa del cerino e fiat lux. Impertinente la camera si sposta su un primo piano assordante e rosso fuoco. Poesia, direi. Soave, suppongo. Ma tu che ne sai di poesia e bellezza? Tu? Che con le mani avide ti aggrappi alle emozioni altrui come un piragna affamato. Cosa ne sai, inutile bestia dell’odio della poesia di un fiammifero che si accende, dell’attrito e del suono stesso della parola attrito che ad ascoltarla scroscia sulle emozioni di cui vuoi cibarti? Che ne sai tu, capra ignorante, materialista, inutile zecca dell’umanità, inutile spreco di aria, inutile disturbo  del mondo, disgustoso essere antipoetico e nefasto. Ti piace lo struscio delle banconote, il risucchio della carta di credito, ti piace il dolore di chi sai e ignori quello di chi non ti riguarda, ma tu, Allejriam sei sola e inutile, trafitta dal gelo che emani e che mi trasmetti.
E io, lontana anni luce dal tuo disgusto, amo la vita e ti osservo sputare veleno e sì, lo ammetto, accuso il tremore di chi fa pena, ma non mi piego, non mi dimetto, non sudo e non mi scompongo perché amo, io amo e desidero, pullulo di sangue umano e vitale, tocco questo fiammifero e ne sento il calore prima che la camera si sposti al primo piano, godo l’esistenza delle scie sonore di un fischio, gioisco il gusto delle rose appena sfornate, assaporo il tuo odio verso il mondo, la nevrosi e la risciacquo facendomi i denti  neri. Poi sputo e ti vedo, lì, nella pozzanghera scura che ribolle d’odio, così poggio delicata la giacca sulla marmaglia nera da te composta e, candidamente, porgo la mano al mio amore che ti calpesta senza cattiveria, pulito e leggiadro, come tu non sei mai stata.

Nina (Rita Garofano)

Calling for help; domestic abuse concept

Nina è rannicchiata in un  angolo, non ha voglia di alzarsi  né di scoprire quale parte del suo corpo ha tumefatto il suo uomo. Ormai ha  perso i suoi bei lineamenti di ragazza, i suoi occhi verdi sono sempre chiusi da un cazzotto o da qualche schiaffo quando va bene. Ha distrutto tutte le foto  antecedenti il matrimonio. Quella ragazza  non esiste più. È li per terra in posizione fetale, aspetta di raccogliere  tutte le sue forze e il coraggio  di andare via da quella casa. Stasera, una come tante, la scusa per il pestaggio era il pianto della sua bimba. Quando Bruno l’ha sentita piangere ha colto a volo l’occasione per dar sfogo alla sua ira. Nina, con un balzo prende la carrozzina con la bimba, la porta in camera e le da il ciuccio con un po’ di miele. Prende la chiave la butta nel vaso di fiori proprio sul mobile accanto alla porta.

Quando Bruno giunge davanti la porta vuole assolutamente la chiave per far zittire la bimba, a modo suo. Nina si  para davanti alla camera pronta al sacrificio, pur di salvare la sua bimba dalla violenza del marito. Ed ora è lì per terra che cerca la forza di andarsene, e forse questa volta l’ha trovata. Adesso lui dorme. Si alza faticosamente, raggiunge il bagno, ha un braccio penzoloni, probabilmente rotto. Apre l’armadietto, prende la crema di Ludovica, quella che usa dopo il bagnetto, affonda le mani all’interno, tira fuori una pellicola con  il numero del telefono rosa. È venuto il momento di usarlo. Lo guarda e si guarda. Non sopravvivrebbe a lungo restando lì. Il suo pensiero è  per la figlia. Scende in cucina, prende il telefono e compone il numero. Dall’altra parte del filo una voce dolce dice: «Pronto». Nina piangendo risponde con voce tremula «Mi chiamo Nina, ho bisogno d’aiuto».

«Dimmi  cosa è successo» la incita.

«Mio marito mi ha picchiata, stavolta ci è andato davvero pesante. Ho una bimba di sei mesi, ho paura per lei».

«Non preoccuparti, ti aiutiamo noi. Va’ in camera  prendi la bambina ed esci subito di casa. Dammi il tuo indirizzo, tra cinque minuti una station wagon blu sarà da te, alla guida c’è Serena, una collaboratrice. Non telefonare a nessuno, da questo momento non hai più amiche, né famiglia, distruggi questo numero. Ciao, a fra poco».

A fatica Nina sale le scale, prende Ludovica ma prima di uscire, butta nel water il cellulare di Bruno stacca i fili dalla centralina del telefono, chiude a chiave la porta  dall’esterno e butta le chiavi nel cassonetto dell’indifferenziata. L’auto è lì, Serena le va incontro per darle una mano, la guarda sbigottita, prende la bimba, la sistema nel seggiolone e parte. Nina piange, ma di un pianto liberatorio. Non sarà facile d’ora in avanti, ma ha salvato la sua vita e quella di Ludovica.

Sogni e risvegli (Vittoria Iorio)

Devo ammetterlo a me stessa, lui mi ha preso, mi ha colpito, mi ha fatto provare un brivido così forte da non desiderare altro che incontrarlo. Le sue parole sono state seducenti, decise e sfacciate. L’ho sentito braccarmi con la mente e ho solo voglia di arrendermi a quello sconosciuto. L’avrei già dovuto vedere ieri ma le gambe non hanno retto la volontà e quindi non ci siamo incontrati. Lui dice che per questo devo essere punita e mi vien da ridere. Alla fine cosa mai potrebbe farmi? Non sono ancora sua, o forse si ma lui non lo so ancora. Non so niente di lui, non so neanche se il suo vero nome è quello che ha dichiarato a me. So solo che “devo” arrendermi, ma non così velocemente.
Mi chiama, finalmente sento la sua voce, è estremamente irritante. Lui è un cavaliere, per certi versi, ma spavaldo e convinto di avere il mondo ai suoi piedi. Ci diamo appuntamento. Mi chiama, mi richiama e poi mi chiede di vederci con mezz’ora di anticipo. Cerco di “trattare” ma lui mi spiazza: “Se non c’è la fai per quell’ora non mi troverai più!”
Devo farcela. Faccio le corse. Sono quasi al posto stabilito. Risuona il telefono, non rispondo, mancano pochi secondi e ci sono; devo rispondere da lì se no sparisce. Perché poi me ne dovrebbe fregare? Non lo so ma certamente rispondo quando arrivo. Il telefono smette di suonare e ricomincia subito dopo. Adesso ci sono e mi guardo intorno. Lo cerco con gli occhi, è alto, dovrei vederlo ma non lo vedo; rispondo. Lui mi dice: “ ecco la tua punizione…inizia con l’aspettarmi. Non so quando arriverò ma arriverò”.
Riaggancio e scoppio a ridere; figlio di buona donna mi ha fregato. Che faccia tosta! Contemporaneamente una strana scossa mi attraversa il corpo. Mi fermo, prendo un caffè, passeggio, aspetto, mi scoccio, mi viene voglia di andarmene; non so se vorrei piangere, mi domando perché sono venuta qui e perché non me ne vado. Ad occhio e croce se mi ha chiesto di arrivare mezz’ora prima e deve vendicarsi per ieri, non verrà neanche tra mezz’ora ma se il mio intuito non mi inganna, e di lui ne sento l’odore, rilancerà almeno di altri 15 minuti.
Ecco, adesso vorrei sedermi da qualche parte; qui ci sono solo adolescenti, ed io che passeggio. Sono quasi passati 45 minuti. Squilla il telefono. Mi avvisa che sta girando intorno alla piazza dove ci siamo dati appuntamento e, mentre cerco di capire dove si trova, lui trova me e richiama la mia attenzione. Mi giro, è in macchina, alla mia destra. Lo guardo imbambolata. Quel brivido che mi attraversa il corpo si fa più intenso. Corro dall’altro lato della macchina per salire. Sono una pazza. Non l’ho mai fatto e qua credo che cominci il mio primo viaggio, o il mio primo lancio senza il paracadute.
Andiamo al bar, mi piace, parliamo e penso a cosa dovrebbe poi succedere dopo e fatico nel seguire le sue parole perché devo prima rallentare i miei pensieri e cercare di gestire questo senso di eccitazione e stordimento. Credo di potermi fidare di lui anche se cerco di stare un po’ in guardia. Ce ne andiamo e mentre ci dirigiamo alla macchina lui si avvicina ad un millimetro dalle mie labbra; ha un buon odore, voglio assaggiarlo, chiudo gli occhi, mi gira tutto, non mi reggo in piedi. Lui è forte, mi sostiene, mi sente, se ne accorge dell’effetto che sortisce, sorride e mi continua a dire in modo malizioso “Che c’è?”. Io non rispondo, il fiato mi serve e già è poco. Si avvicina sempre più pericolosamente ed io perdo sempre più il controllo. Entriamo nella macchina e mentre guido lui fa scivolare la sua mano tra le mie gambe. Mi sento rapita, persa sempre di più e socchiudo pericolosamente gli occhi. Lui se ne accorge, rallenta, si ferma.  Arriviamo in un posto tranquillo e non esiste più niente al di là di un esterno momento di sospensione nello spazio e nel tempo, un attimo di dannata d’immortalità, un attimo senza nomi, senza storia, senza pudore. Lo spazio per dare tutto ciò che l’altro vuole. Il mio corpo prende fuoco e non posso che assecondare ognuna delle sue richieste. Mi sento dolcemente in trappola e danzo su di lui, sulla vita e su questo senso di eccitazione massima che vorrei non finisse mai.
Sento di appartenergli, sento che non deve chiedermelo, sento che tutto è già cominciato, sento che mi lascio cadere, sento la sveglia che suona.
Diamine, mi sono addormentata e se arriverò tardi lui non ci sarà più.

L’agenda di Parole Alate – Aprile 2017

Calendar page, pen and pocket planner

Ecco gli eventi di aprile:

29/04/17 – ore 20.00: Visita guidata teatralizzata notturna della chiesa dei Santi Severino e Sossio – Napoli (via Bartolomeo Capasso). Teatralizzazione a cura degli attori Peppe Balbi e Paquito Catanzaro. Costo evento: 10 euro.
Per info e prenotazioni: napoli@volontaritouring.it

23/04/17 – ore 10.00: Celebrazione della Giornata mondiale del libro. Attività in collaborazione con il gruppo di lettura Cucina Letteraria all’interno della villa comunale Vincenzo Ciaravolo (corso V. Emanuele, Torre del Greco).

10/04/17 – ore 18.30: Presentazione del romanzo Centomila copie vendute di Paquito Catanzaro (ed. Homo Scrivens) presso il Mondadori Bookstore di Torre del Greco (corso V. Emanuele, 134). Interventi di: Rosaria Rizzo (scrittrice), Aniello Sammarco (giornalista). Modera: Aurelio Raiola (scrittore).
Letture di: Annalisa Raiola, Giusi Solaro e Giano Vander.

06/04/2017 – ore 18.00: Presentazione del romanzo Quella vita accanto di Tiberio Brunetti (Colonnese Editore), presso la Fondazione G.B. Vico, partner dell’iniziativa, c/o terrazza Palazzo Marigliano (via San Biagio dei Librai 39, Napoli ). Intervengono: Luigi Maria Pepe (Fondazione G.B. Vico), Angelo Petrella, Pier Luigi Razzano (giornalista), Rosaria Rizzo (direttore collana “Contemporanea”) ed Edgar Colonnese (editore).Letture a cura di Paquito Catanzaro.

L’attesa del piacere (Ginevra Stroffolino)

Anniversario di fidanzamento. 3 anni. Margot quasi non riusciva a crederci.
Mai con nessuno era riuscita ad avere una relazione che durasse così tanto. Di solito le sue storie si consumavano in poche settimane di passione . Lei tendeva ad annoiarsi presto e a sostituire piuttosto velocemente l’amore precedente con uno nuovo. Ma con Eric era stato diverso. Lui aveva saputo tenerle testa da subito , con intelligenza e ironia. Aveva preso in mano le redini della loro storia e non aveva lasciato che fosse lei a tirare a tirare i fili.

Quella data meritava di essere di festeggiata alla grande e lei aveva deciso di fare una sorpresa al suo uomo. Gli aveva telefonato nel pomeriggio. Ceniamo a casa, gli aveva detto. Stasera sushi! Lui aveva accettato molto volentieri. Amava trascorrere le serate a casa con lei e il sushi era il suo piatto preferito. Ma Margot aveva in mente ben altro che una semplice cenetta romantica. Allestì la cucina con lampade giapponesi e candele profumate. Sgombrò il grande tavolo di cristallo e vi si distese , completamente nuda. Sistemò attorno a sé dei fiori di Loto e poi si ricoprì di cibo. Il piatto forte della serata sarebbe stata lei. A cominciare dall’alto una collana di piccole scaglie di salmone le adornava il collo per poi scendere verso lo spazio tra i seni dove campeggiava un gamberetto. Sui capezzoli due piccoli rotoli di Futomaki. Una lunga fila di gamberi e polpettine di sushi le correva lungo l’addome e terminava proprio lì con un fiore di orchidea e una porzione di sashimi.
Era bellissima, il suo corpo perfetto come un piatto da portata. Si mise in attesa del ritorno di Eric e cominciò ad immaginare cosa sarebbe successo. Lo immagino osservare il suo corpo con eccitazione. Lo immaginò assaggiare tutte le portate con la massima calma, con quel sorriso compiaciuto che a lei piaceva tanto. L’avrebbe leccata e morsa delicatamente godendo di ogni assaggio. E poi l’avrebbe presa piano, lì su quel tavolo, tra i fiori e il riso. Margot era eccitatissima , pregustava tutte le emozioni e l’attesa semplicemente le stava amplificando. Mai era stata così felice di aspettare.
Peccato che poi la serata si rivelò un vero flop. Eric non arrivò per cena. Aveva avuto un contrattempo al lavoro. E Margot dopo aver atteso per ore decise di andare a dormire. Ma non era arrabbiata. Anzi forse era stato meglio così. L’incontro immaginario che aveva avuto col suo uomo era stato perfetto e probabilmente nessuna realtà avrebbe potuto eguagliarlo.

Pranzo di matrimonio (Raffaele Formisano)

Finalmente il gran giorno per Giulio e Linda.
La sala per cerimonie era affollatissima. Non appena loro due fecero il loro ingresso trionfale, dopo le consuete fotografie, un’ovazione generale, fragorosi applausi quasi all’unisono, poi tutti a fiondarsi sul succulento buffet che i camerieri avevano appena finito di preparare.
C’era uno degli invitati un po’ più famelico rispetto ad altri, Zi Ndonio, un mastodontico parente della sposa.
Si diceva di lui “A Zi’ Ndonio è meglio a ce fa ‘nu vestito che invitarlo a pranzo!”.
Leggende metropolitane volevano, altresì, che a colazione riuscisse a gestire ben cinque cornetti in contemporanea: uno nella mano destra, uno nella sinistra, uno in bocca, uno nell’esofago e l’ultimo nello stomaco. Il che gli aveva fruttato il meritatissimo soprannome di “Panz ‘e vierm!”.
Zi Ndonio era al suo terzo tentativo di inaugurazione del tavolo imbandito, fulminato, con estrema puntualità, dal rimprovero del capo sala.
All’apertura del buffet, quest’ultimo diede il segnale di ok, correndo a mettersi in salvo assieme a molti altri colleghi.
Zi Ndonio fu un attimino sballottato dalla calca; gli venne, quindi, naturale afferrare le prime cose che potessero capitargli a tiro per non essere da meno a sua moglie zia Ninina, in vantaggio, rispetto a lui, con tre piatti di zeppoline, quattro coppette di snack vari da aperitivo (patatine, noccioline, salatini) e tre bicchieri di succo di frutta.
Zi Ndonio afferrò quattro coppette di cocktail di gamberi e iniziò a fagocitarne avidamente il contenuto, tara inclusa.
Quindi chiamò il cameriere per farsi mettere da parte già qualcosa per dopo: “Chest song po’ sacchett po’ can! Aropp m’ e ddat!”
Il grasso parente era sotto osservazione disgustata di molti convitati, compreso uno che era soprannominato Ciruzzo ‘o poet, cugino diretto della sposa, nonché nipote di Zi Ndonio stesso.
Costui, particolarmente ispirato, aveva iniziato a scrivere qualcosa sul retro del menù bianco, ridacchiando fra sé e sé.
In un momento di applausi il foglio era rimasto abbandonato a se stesso sul tavolo, mimetizzandosi con un tovagliolo, sempre bianco.
A quello stesso tavolo, fuori, come sempre, dal resto del mondo, era seduta anche zia Pupella, una vecchia rincoglionita, ferratissima nel fare discorsi. Per quell’occasione se ne era scritto, su di un biglietto, uno molto speciale per augurare tutta la felicità di questo mondo a suo nipote Giulio e alla dolce consorte.
Si alzò, timida, avviandosi a passo lento verso il palchetto dove si era esibita, fino a poco prima, la cantante assunta per animare la cerimonia.
Ciruzzo ‘o poet si avvide, tutto d’un tratto, di un inquietante dettaglio. Il talloncino con le soavi frasi di zia Pupella era ancora lì sul tavolo. Questo significava che…
Non ebbe nemmeno il tempo di esclamare “Oh, merda!” che la parente di Giulio aveva già iniziato a leggere:

Tu lo vedi da lontano.

È Zi Ndonio il porco umano.

Ogni vot a pranzo e a ccen

par can nun ha maje vist’bben

A matin a culaziòn

se magnass nu liòn,

ma il leone a mezzogiorno

non è altro che un contorno.

Nella notte fredda e oscura

sta accadendo una sciagura.

Ma cos’è? Un uragano?

No, è Zi Ndonio, il porco umano”

Undici metri (Paquito Catanzaro)

Luca fissava la porta con espressione seria. «Intendi spostarla col pensiero?» disse una voce alle sue spalle, facendolo sobbalzare.
«Cazzo, papà, mi hai fatto paura» rispose il ragazzo voltandosi.
«Uno, non dire parolacce» puntualizzò l’uomo «due, odio vederti così. Hai giocato malissimo stasera. Mai presi 6 gol in una sola partita».
«Avevo la testa altrove» si giustificò Luca, abbassando lo sguardo. «Non sto passando un bel periodo».
«Bella scusa per mollare i tuoi compagni e fargli perdere la partita».
«Possibile tu riesca a pensare solo a questo cazzo di torneo?» urlò in risposta.
«Non mi riferisco solo a questo» scosse il capo l’uomo. «Parlo della tua indolenza: non studi, non esci. Ti alleni senza voglia, giochi da far schifo e lasci le prove col gruppo».
«Nessuno piange la mia assenza» il ragazzo alzò le spalle, piccato.
«Ti sbagli. La squadra risente l’assenza di un portiere, i Burn non sono in grado di eseguire decentemente Smoke on water senza il riff del loro chitarrista. Inoltre» aggiunse «ai coniugi Matteoli manca l’allegria del loro figlio».
«Passerà» disse Luca sconsolato.
«Quando?» chiese l’uomo.
«Non lo so».
«Viviana è andata a letto con un altro, ok. Siete pari. Ora chiamala e affrontala».
«Mai» rispose risoluto il ragazzo. «È una troia. Con me ha chiuso».
«Sei tu lo stronzo che l’ha tradita per primo».
Luca sbarrò gli occhi. Fissò il padre, notando qualcosa nel suo sguardo.
«Ti sfido» disse l’uomo afferrando il pallone.
«Cosa?»
«Ti sfido. Cinque calci di rigore. Se ne segno meno di tre, maceri in pace. Se dovessi segnarne di più, chiami Viviana immediatamente».
«Mi prendi in giro?» chiese Luca.
«Mai stato più serio».
«Affare fatto» disse il ragazzo, sicuro di sé. «Ma se vinco» aggiunse «mi lasci l’auto per un mese».
Una stretta di mano sancì l’accordo. Gianfranco posizionò il pallone sul dischetto, mentre Luca prendeva posizione tra i pali. Dopo la rincorsa, calciò di sinistro rasoterra. Il ragazzo si tuffò deviando il pallone.
«1-0 per me» gridò al padre.
L’uomo, senza scomporsi, afferrò il pallone e calciò di nuovo. Un tiro potente che si stampò sotto la traversa. Luca imprecò a denti stretti. Un’imprecazione che rinnovò pochi secondi dopo, quando il padre realizzò un altro gol. Luca tornò al centro della porta e aspettò che l’uomo calciasse. A seguito di una breve rincorsa, Gianfranco Matteoli accarezzò il pallone con la punta del piede. La sfera si sollevò come accompagnata da un cucchiaio e finì in rete. Luca giaceva disteso dopo un inutile tuffo.
«Hai perso» disse l’uomo, avviandosi verso le docce. «Chiama Viviana. Ora».

TROMBAMI (Benedetta de Nicola)

Inizio prendendo la tromba dalla custodia.
Ma quanto è bello il cielo di notte, soprattutto quando le stelle non si vedono, mi sento unico, solo. Mi piace stare solo, al buio, ho sonno.
Bello questo cielo, si riflette nella tromba d’oro. Inizio, va’.
Suonano le note all’aria aperta, il vento le insidia maliziosamente, le muove, le gira e ne prende la verginità, scorrono le note mentre saliamo io e il pallone in cielo, avvicinandoci alle stelle invisibili, per grazia di Dio. Scure, tossiche, perché se fai luce sul buio non è più buio e se il buio non è più buio allora noi animali notturni non viviamo, e invece io posso vivere, ora, così mentre sono salito di qualche metro, col fuoco sulla testa, il freddo da brividi del braccio, la musica intorno.
Respiro nella mia donna, il suo orifizio è profanato dalla mia saliva che la viola e lei gode, geme e, intanto, il mondo si arricchisce così, con la mia puttana dorata, io la tratto come voglio, la porto su, fino al cielo pure se ha le vertigini, la trascino al centro della terra anche se ha caldo, lei muta, immobile, mi ubbidisce.
Perché?
Perché sono un mostro, e intanto salgo, salgo, salgo fino al cielo, potrei vedere tutto da qui, ma non mi macchio a guardare il mondo, ho gli occhi chiusi e suono, soffio e lei geme. Li apro, una stella riflessa, poi due. Ci siamo, sono arrivato, premo le stelle delle ultime note, sono il RE e il SOL. Ora mi sporgo, le vedo, sono le luci delle case che si accendono, l’ hanno sentita suonare. Ce l’ho fatta, adesso sono sporco di mondo, posso ritirarmi nel buio che mi si addice, finalmente.
È una notte brillante, una mongolfiera vola alta portando in seno una tromba nera di notte, dove si fermerà lo sa solo la musica.

Un treno dai sedili blu (Peppe Balbi)

Homeward Bound, 8/17/03, 11:17 AM, 16C, 8336x11804 (394+102), 150%, None 14 bit, 1/10 s, R69.0, G53.7, B68.6Quando ti ho vista la prima volta ero seduto dietro di te in un treno dai sedili blu. Scrutavo il tuo profilo con pudore. Ne studiavo le linee del naso, della mascella, del collo. Mi perdevo tra i tuoi capelli castani, profumati cespugli che si adagiavano morbidi sul fondo blu, mentre immaginavo la brezza a scompigliarli.
La tua figura a tre quarti mi lasciava immaginare la curva delle labbra, piene come ciliegie mature. Come in un lampo mi mostrasti i tuoi occhi, laghi profondi che incorniciavano uno sguardo severo.
Poi fu un fulmine, la tua mano sulla mia guancia, quelle dita affusolate e perfette, tese sulla mia faccia. Non ho provato dolore in quello schiaffo e continuavo a chiedere agli dei vecchi e nuovi che tu fossi sempre lì a portata del mio sguardo. Mi regalasti la tua voce, tonante e acuta in un urlo disgustato, che a me parve un angelico coro, come se tutte le muse assieme avessero deciso di donarmi un piccolo assaggio del loro paradiso. Non ricordo cosa mi dicevi mentre ti allontanavi spaventata e la gente mi spintonava via, lontano da te, e mi sputava addosso epiteti e saliva. Ricordo solo che la tua immagine si offuscava ad ogni passo mentre una donna mi colpiva in testa col suo ombrello, schifata dalla mia erezione, ed il capotreno cercava di coprire le mie nudità che volevo donare a te e solo a te.