L’agenda di Parole Alate – Giugno 2017

Ecco gli eventi del mese:

05/06/17: Riunione associativa.

06/06/17: Presentazione del romanzo “Centomila copie vendute” di Paquito Catanzaro presso Il Clubino (via Luca Giordano, 73 – Napoli). Intervengono: Sergio Brancato (sociologo) e Claudio Falco (sceneggiatore Sergio Bonelli Editore). Modera: Aldo Putigano. Letture a cura degli attori della compagnia Parole Alate.

15/06/17: Presentazione del romanzo “Centomila copie vendute” di Paquito Catanzaro presso la libreria La bottega delle parole (Corso Roma, 38 – San Giorgio a Cremano). Conducono l’evento: Claudia Moschetti e Vera Sodano. Letture a cura degli attori della compagnia Parole Alate.

16/06/17: Speed date letterario presso la Galleria Principe di Napoli (Piazza Museo Nazionale, 1 – Napoli). L’evento, realizzato in collaborazione con la cooperativa sociale Sepofà, è inserito all’interno del calendario eventi del Giugno Giovani 2017 del comune di Napoli.

22/06/17: Festa di compleanno dell’associazione.

Per ulteriori novità visitate la nostra pagina facebook:
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Ipersensibilità: Il tratto della personalità che diventa la marcia in più (Raffaele Iorio)

Molto spesso l’ipersensibilità è vista come un disagio che rende la vita dura, ma – se usata nel modo giusto – può rivelarsi una marcia in più.
Mentre eravamo diretti all’Università, io e  la mia dolce metà iniziammo una discussione su D’Annunzio. Le dissi che avevo apprezzato la musicalità dei suoi versi, erano una spanna al di sopra di molti altri. Tutto filò liscio finché non parlammo del suo celebre romanzo Il Piacere. Il protagonista, Andrea Sperelli, è combattuto dall’amore per due donne.
«Andrea è un esteta e vive la sua vita come si fa un’opera d’arte» dissi, ricevendo in risposta «Andrea è anche un superuomo». Arricciai il naso per l’indignazione.
D’Annunzio cominciò le sue tesi superomistiche soltanto quando, successivamente, ebbe l’opportunità di leggere Nietzsche.

Le categorie
Quel giorno commisi un errore: ragionai per categorie. Una categoria è un termine entro il quale si racchiudono aspetti comuni. Un esempio? Giuseppe Ungaretti è un poeta ermetico. L’ermetismo è la categoria nella quale inserire la sua produzione poetica ma non rivela le altre sfumature della sua arte. Le categorie sono utili per farci comprendere con facilità ma non riescono a racchiudere la complessità delle cose.

Andrea Sperelli è un superuomo
Non si decide di essere qualcuno a un punto preciso della vita. Siamo il frutto delle nostre convinzioni. Queste si sedimentano nella nostra mente e sono sempre presenti. “Vivere la vita come si fa un’opera d’arte” è già una volontà di essere al di sopra della massa. Leggere Nietzsche è servito soltanto a definire meglio l’intenzionalità dell’arte di D’Annunzio. Nulla di scientifico, il frutto di quest’affermazione deriva soltanto da un’accesa discussione letteraria.

Ma cosa c’entra l’ipersensibilità?
Un soggetto ipersensibile è capace di recepire maggiori informazioni dalla realtà che lo circonda. Questo può essere utile: più informazioni si hanno a disposizione meglio si può comprendere la realtà. Ma perché molti ipersensibili soffrono?
Le persone sensibili hanno una marcia in più è un saggio dello psicologo Rolf Selling molto utile allo scopo. Selling ci spiega che una persona ipersensibile può recepire più informazioni e ragionare in modo più complesso. Spesso questo modo di ragionare è visto come “estraneo”: portando il soggetto ipersensibile a sentirsi diverso perché le sue idee non sono condivise. Le persone sensibili hanno una marcia in più è un’ottima guida per chi vuol fare della sensibilità la sua arma vincente.
D’Annunzio, forse, ha trascorso la vita maturando la consapevolezza di essere un superuomo, il suo struggimento è stato nel rendere realtà questa sua convinzione. Che si possa apprezzare o meno, quel che è indubbio è il suo grande valore culturale. Leggere Nietzsche non ha fatto che confermare questa sua idea. Un soggetto sensibile è in grado di percepire questa grande sofferenza, rompere i confini delle categorie e offrirci una migliore visione della realtà e, per questo, non dovremmo far altro che ringraziarlo.

San Valentino rosso mestruo (Giano Vander)

“Sarà un San Valentino speciale. Promesso”. Così l’avevo congedata, il 13 febbraio.
Gisele aveva ostentato un sorriso malizioso, e il mio bassoventre aveva ostentato un tronco d’ebano. Non ci potevo credere: finalmente, me l’avrebbe data.
Corsi dal cinese all’angolo e alla modica cifra di 3 euro comprai una tovaglia rossa con fantasie dorate di cuoricini e gattini. “Che buon gusto che hai: questa tovaglia è deliziosa”, me la immaginavo già. Mentre la mia Torre di Pisa continuava a raddrizzarsi, pensai a un menu degno del migliore dei ristoranti francesi: da Tonino, il macellaio juventino, comprai mezzo chilo di roast-beef destinato ad un vitello tonnato per il quale si sarebbe leccata i baffi, anche se non li aveva; per preparare una macedonia coi fiocchi, da Antoine, il fruttivendolo, scelsi le banane più grosse, nella speranza che, oltre a deliziarle il palato, le avrebbero anche fatto capire l’antifona. “Ascanio, ma che banane grosse” avrebbe detto; “be’, mica tanto…” le avrei risposto, con fare vissuto degno dell’Humphrey Bogart dei tempi migliori.
Dal pakistano del Cavone scelsi un vino rosso del quale non ricordo il nome, ma solo il prezzo: novantanove centesimi. “Mmm, questo vino fa davvero buon sangue”, avrebbe sussurrato, mentre io il sangue me lo sarei sentito tutto concentrato in un unica, specifica parte del mio corpo che non voglio qui specificare perchè sono un gentleman.
E poi candele giallo fluorescente, bastoncini di incenso al tamarindo che profumavano l’ambiente, vinili di Claudio Villa e Barry White pronti per creare la giusta atmosfera al mio eventuale “permetti questo ballo?”.
14 febbraio. Il gran giorno è arrivato. L’ansia sale, il cuore batte a mille. Le lancette corrono, la mente fantastica e la verga esplode, quasi. “Sei stato perfetto, amore mio. Non ho mai conosciuto un uomo più raffinato, gentile e sensibile di te. Ho voglia di fare l’amore”. Sì, andrà proprio così stasera.
È in ritardo di venti minuti, ma l’attesa verrà ricompensata, ne sono certo. Per ingannare il tempo metto su il disco di Claudio Villa; inizia Granada, e mi rendo conto che non è molto azzeccata per la serata. Passo subito all’altro disco, il grande Barry, e parte la sua versione di Just the way you are. Praticamente, me la sbatterà in faccia appena entrata dalla porta.
SMS. Eccola, è lei. Mi starà avvisando che è giù al palazzo e vuole che vada a prenderla. Tra le gambe, ormai, c’è un baobab.
Mi è venuto un po’ di mal di testa. Spero non ti dispiaccia se rimandiamo a un’altra volta l’appuntamento”. Prendi un palloncino, gonfialo fino a farlo quasi scoppiare e poi lascialo sgonfiare. Esattamente così.
Un attimo di rabbia. Ma giusto un attimo. In fondo, chi se ne frega? Festeggerò con te.
Buon San Valentino, Federica mano amica.

L’arte può davvero salvare il mondo? (Raffaele Iorio)

“La bellezza salverà il mondo” questo è ciò che riteneva Dostoevskij ma ,a chi non dovesse bastare, ecco alcuni pareri scientifici e non sui benefici dell’arte.
Ci siamo chiesti ,al di là delle belle parole: ma l’arte può davvero salvare il mondo? Non contenti di trovare le risposte tra le note o le pennellate di chi ha dedicato una vita a creare capolavori, ci siamo appellati alla scienza. Ciò che abbiamo scoperto è molto interessante: la “bellezza” può salvare più persone di quanto si possa pensare.

L’arte come terapia
Leggere un libro, ascoltare musica o guardare un film può essere terapeutico e i benefici approvati dalla scienza sono davvero tanti. Produrre arte o fruirne aiuta la crescita personale della sfera emotiva, affettiva e relazionale ,inoltre può produrre benessere e alleviare lo stress.
Molti gli specialisti che curano i propri pazienti attraverso l’arteterapia. Nata agli inizi degli anni quaranta, l’arteterapia è un percorso di appoggio e/o cura di indirizzo psichico. Grazie a essa vengono aiutate ,ogni giorno, migliaia di persone con problemi psichici o soltanto con piccoli deficit personali. Con l’aiuto di un terapeuta, infatti, fare arte può aiutare a assumere maggiore consapevolezza di se stessi e aumentare l’autostima.

Rende più intelligenti
Leggere migliora i tre tipi d’intelligenza: fluida (problem solving), cristallizzata(capacità di utilizzare conoscenze ed esperienze già memorizzate) e sociale (capacità di relazionarsi), oltre a essere utile per imparare ad apprendere in modo più complesso e sviluppare l’immaginazione.
Suonare uno strumento, invece, stimola il cervello a creare nuovi collegamenti neuronali, esercita la memoria e le competenze motorie e analitiche.

Elencarli tutti è impossibile
È davvero impossibile elencare tutti i benefici in un articolo. Migliaia sono le utilità che l’arte può offrire. Ma cosa pensa chi gira intorno a questo mondo? Abbiamo raccolto le opinioni di alcuni artisti al riguardo.

Beatrice Morra (Scrittrice. Autrice de “I fiori del giorno”)
“L’uomo è nato per creare. La creatività, nel senso più concreto del termine, è ciò che indirizza il senso della vita. Affinché si possa lasciare un’impronta, anche lieve, lungo il percorso dell’esistenza.
Ogni volta che facciamo arte – in qualsiasi forma – compiamo un atto di filantropia. Amiamo l’uomo, dando un senso alla sua vita. E una vita il cui senso sia puro e limpido come quello dettato dall’arte (ché anche l’arte sporca, lurida di vita, ha un senso puro) è una vita che aiuta il mondo, che comunica l’urgenza di altri atti d’arte a lei fratelli.
L’arte da sola non può salvare il mondo, gli uomini che fanno arte sì.”

Nicolò Annibale (cantautore)
Credo che l’arte sia una delle vie principali per la salvezza del mondo. L’arte è tante cose: parola, immagine. L’arte è cultura e la cultura, credo, sia l’arma più forte per combattere l’ignoranza e la cattiveria.
L’arte è narrata da cantautori, poeti, pittori e tanti altri nei modi più diversi. Se sapessimo tradurre tutte le forme d’arte probabilmente potremmo capire fino in fondo quali sono stati gli errori dei nostri antenati (l’arte è come un libro di storia, ci riporta tutto) e migliorarci.
L’arte può essere la salvezza del mondo. È necessario comprendere come fare arte e come farci educare da essa.

Riccardo Betteghella (attore)
L’arte salva se stessi, salva l’essere umano ,l’individuo e se l’individuo è salvo il mondo può di conseguenza salvarsi. Se l’artista è consapevole affronta la vita volta per volta, per ripristinarne il senso.
Combattere, giorno dopo giorno, l’inutilità della vita per abbattere la grande depressione che affligge la nostra società.
In questi termini, sì… l’arte può salvare il mondo.

In definitiva
L’arte è senza alcun dubbio uno strumento capace di migliorare la vita, uno strumento di salvezza, ma non l’unico. La “bellezza” è, sicuramente, uno dei tanti tasselli che compongono il puzzle della vita.
Che tu sia un uomo d’arte o di scienza, ogni tua scelta – se ponderata e supportata dalla passione – contribuirà a migliorare il mondo.

Dieci milioni (Antonio Liccardo)

«Destra, sinistra, a’coppa, a’sotta. So’ tutti lo stesso»
«Concordo»
«Tutto un magna-magna. A proposito, pigliati una coscia di pollo»
«Come se avessi accettato»
«Maronna, e sta’ sciolto»
«È una situazione, questa, che mi perplime»
«Ma qua ti stai assicurando il futuro tuo e di tua moglie!»
«Non ho moglie»
«Alla tua ragazza prima o poi ce lo metti l’anello?»
«Non ho nemmeno la ragazza»
«Guagliò, ma fossi ricchione? Guarda che là queste schifezze non sono tollerate, eh»
«La mia etica me lo vieterebbe comunque»
«”Perplime”, “etica”… ma come parli strano. Ti avesse mandato Striscia?»
«Andrei contro i miei stessi interessi»
«Eh… allò fammi capire che sei scetàto. Al volo. Vai»
«Primo: ciò che sta mangiando non è pollo, ma tacchino»
«Ah. Vabbuò, è sempre roba che teneva le scelle!»
«Secondo: lei è attualmente l’unico appiglio più solido, sicuro e garantito per poter trovare lavoro e sono certo che già non mi sta più ascoltando perché dopo aver sentito parole come solido, sicuro e garantito rivolte col giusto tono e alla sua persona l’ho ringalluzzita come si deve (e ripetere queste tre parole mi è servito a oliare per bene la sua emotività per poter proseguire) e lei si è già perso nel suo ego servile coi più forti e (ora, a chiusura del periodo, devo usare come ultima parola ciò che le rimarrà in testa, assieme alle tre parole iniziali) coi sofferenti potente»
«Guagliò, mi hai piaciuto come hai parlato. Si vede che tua mamma ti ha imparato bene l’educazione»
«Non ho mai avuto una mamma»
«Ma comm’è possibile? Tutti quanti abbiamo avuto una mamma, mo mi vieni a dire che tu…»
«Non ho mai avuto una mamma»
«Vabbuò, vabbuò. Non mi guardare così che mi fai venire il freddo addosso. Allora possiamo dire che l’affare è concluso. Caccia i soldi»
«A lei»
«Li devo contare o vado a fiducia?»
«Sono dieci milioni»
«Ahhh, oì! Quello il dottore che ti ha raccomandato deve campare cento anni! Guagliò, hai fatto un grande affare. Posti di lavoro come questo non escono più. Te lo ripeto: è tutto un magna-magna»
«Ripeto anch’io: concordo»
«Allora complimenti vivissimi e tanti auguri sincerissimi. Non ti do la mano che ce l’ho azzeccata di pollo»
«Tacchino»
«Vabbuò, quello che è. Poi parlo col dottore per ufficializzare tutto. A quando mi risponde, quella latrina: sono giorni che provo a chiamarlo, ma scatta la segreteria. Poi mi sto preoccupando, che al telegiornale ho visto che hanno arrestato a uno col nome suo. Non vorrei…»
«Si tratta sicuramente di omonimia»
«”Onominì”? Guagliò, ma tu lo sai che parli proprio bello? Ci volesse proprio uno come te nel partito!»
«Come se avessi accettato»
«E allora statti bene»
«Anche lei»
«Hai fatto un grande affare!»
«Anche lei»
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I believe in… Luoghi comuni, stereotipi e false credenze (Raffaele Iorio)

Masturbarsi rende ciechi, il 48% della popolazione italiana  supera i 65 anni di età, una mela al giorno toglie il medico di torno. Spesso la realtà non coincide con ciò in cui crediamo, il motivo? Quasi  tutta colpa dell’ Homo Sapiens.

Donne, alzi la mano chi non ha creduto – almeno una volta nella vita – che gli uomini abbiano un solo pensiero fisso. Uno studio – condotto su di un campione di individui di sesso maschile – ha dimostrato che non tutti hanno lo stesso tarlo in testa: il  40% di loro, infatti, pensa al sesso qualche volta al mense, mentre alcuni – il 4% –  poco meno di una volta. Attenzione però,  pensare continuamente la stessa  cosa può avere controindicazioni: la  pazzia.  http://http://www.huffingtonpost.it/2014/07/11/sesso-venti-miti-pensavate-fossero-veri_n_5577550.html

Siamo costantemente bombardati da notizie, molte delle quali false, e sempre più spesso siamo predisposti a considerarle  vere. È di qualche tempo fa la notizia dei presunti 35€ messi direttamente nelle tasche degli immigrati (Per chi ne volesse sapere di più) e ,di poche settimane – per essere più attuali – la bufala della correlazione tra autismo e vaccini. Molti  le hanno creduto vere, ma cosa ci spinge ad essere così creduloni? http://http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/11/20/news/privilegi-agli-stranieri-quante-bufale-si-sentono-ecco-la-verita-e-alcuni-miti-da-sfatare-1.188748

Quasi tutta colpa dell’ Homo Sapiens
Il fenomeno di credere quasi a  tutto ciò che ci viene detto è definito dagli esperti “Effetto gregge” e fonda le sue radici in  migliaia di anni fa.  Per gli addetti ai lavori sono tre i modi con cui ci facciamo delle opinioni. Il primo è  informarci direttamente -scelta molto faticosa dunque abbastanza rara. Il secondo  invece è inventare. Questo, tuttavia, potrebbe aumentare le insicurezze, pertanto è una strategia poco utilizzata. Il metodo più diffuso, a quanto pare, è il terzo: affidarci al pensiero altrui.
Quest’ultima opzione, in passato, è risultata essere la più vantaggiosa quando bisognava decidere in fretta per non rischiare la vita o quando la sopravvivenza era garantita dall’appartenenza a un gruppo. Oggi nella società in cui viviamo questa predisposizione, unita ad altri fattori, ha creato scompiglio sull’ opinione pubblica molto spesso distorta. Ci siamo evoluti ma a quanto pare non ci scrolliamo di dosso le care vecchie abitudini.

Ballare è veramente da fr**i?
Da piccolo desideravo ballare ma a quanto pare molti credevano che fosse roba da froci (senza offesa per nessuno, riportiamo solo la colorita espressione). Sport quali il calcio, boxe e arti marziali più si addicevano a un vero ometto. Ebbene una piccola consolazione per chi ama saltellare qua e là è data dalla scienza: A quanto pare ballare bene rende più sexy.

Tutto è iniziato da uno studio condotto dagli scienziati della “NorthumbriaUniversity”( Gran Bretagna). Utilizzando la tecnica di “Motion capture 3D”, gli addetti ai lavori hanno trasformato  uomini anonimi e inesperti di ballo  in avatar tridimensionali. Una giuria di donne ha scelto in base ai soli movimenti (l’aspetto fisico non ha inficiato) chi sapesse ballare meglio. Dall’ esperimento  è emerso che gli uomini più forti,oltre a saper ballare meglio,vengono recepiti come potenziali partner dalla donna. Ricordate le vecchie care abitudini? In barba ai maldicenti: ballare crea complicità e sex appeal.
Alcune  credenze, spesso,  si sedimentano nella nostra mente a causa nella nostra normale predisposizione ad affidarci all’ opinione altrui. La parola d’ordine, dunque, è mettersi sempre in dubbio e informarsi. Fate attenzione allora, si dice che i comunisti mangino  i bambini.

Via quel quadro dal muro (Dario Gaetano)

Detesto le visite guidate. Specie quando il gruppo di turisti è limitato e l’accompagnatore intercetta ogni singolo sguardo. Si è costretti a mostrare finto interesse, limitare gli sbadigli e ogni volta chiedere il permesso di scattare foto.
Io volevo solo uscire da quella dimora settecentesca, attraversare la piazza e sedermi in un bar. Desideravo solo una birra. Invece no, dovevo girare con la mia ragazza, la sua amica e il di lei fidanzato all’interno della Dimora del Conte di Baracca. Un posto che immalinconiva al solo nominarlo. Immaginavo sorrisi spegnersi sillaba dopo sillaba e un senso di angoscia accompagnare coloro i quali superavano la preposizione articolata che anticipava un ossimoro. Non vi era alcun monte e, pur anche vi fosse stato, sarebbe stato oscurato dalla tetraggine di quell’abitazione.
Le stanze semibuie amplificavano la mia claustrofobia mentre gli affreschi sbiaditi mi riportavano alla mente immagini di una nobiltà decaduta. Ripensai alle parole della nonna: alla necessità di impegnare fedi, lenzuola e pure i materassi per poter comprare del cibo. La stretta allo stomaco si acuì nel vedere un camino spento e gli opachi monili poggiati sul piano di marmo sbrecciato.
La guida ci condusse nel salone delle feste. Arazzi sdruciti, tappezzeria impolverata e un lampadario alimentato da una lampada a led che stonava col contesto demodé.
Immaginai vesti abbondati e gioielli per le signore e pettinature maschili fissate col grasso. Un buffet di soli formaggi avrebbe diffuso tra quelle mura miasmi simili alla stalla di un pecoraio, mentre la padrona si sarebbe discretamente assicurata che nessuno portasse via gli argenti della mise en place.
Il colpo di grazia lo ricevemmo nello studio di sua eccellenza Diogene Baracca, l’uomo di fede cui era intitolata l’abitazione. Uno stanzone occupato da un lungo tavolo, una libreria zeppa tomi polverosi e un inginocchiatoio.
Quel che rendeva lugubre il posto era un gigantesco quadro, raffigurante un bambino con in mano un giglio. Il volto cereo, lo sguardo penetrante e un inquietante sorriso appena accennato risvegliarono in me un terrore per i fantasmi ormai sopito dai tempi delle medie. Era il ritratto del piccolo Francesco, detto Ciccillo, nipote adorato di sua eccellenza, scomparso all’età di tre anni. Un brivido di terrore corse lungo la mia schiena, incrociandone quello sguardo dipinto.
«Procediamo» disse la guida. La seguimmo in silenzio. Ma prima di uscire dalla stanza, fissai il giovanissimo soggetto del quadro. Un attimo, il tempo di vedere Ciccillo rivolgermi un sinistro occhiolino. Fenomeno paranormale o semplice suggestione. Nel dubbio svenni e mi risvegliai in ospedale.

Non far rumore (Teresa Mandara)

Cammina piano. Fa’ silenzio. Chiudi la porta. No, la luce non l’accendere. Mettiamoci a dormire. Solo un paio d’ore e poi sarà tutto finito. No, non toccarmi. Anzi, fallo. Non parlare.
Odore di fumo, libri, sudore e fiori. Candore misto a desiderio.
Andava bene così. Andavamo bene così. C’incastravamo perfettamente.
La mia testa sull’incavo del suo collo, le mani le une nelle altre, le labbra. Eravamo perfettamente in simbiosi, ogni millimetro del nostro corpo combaciava perfettamente.
Non ti muovere. Brucia, sì tutto brucia. Era troppo tempo che non succedeva. Un tatuaggio  sotto il petto. I muscoli tesi, le unghie nella carne, le voci rotte, la pelle d’oca, le coperte sul pavimento. Parole dure, parole lievi, parole che si disperdevano per la stanza.
Dammi un sorso di birra. Sì, voglio stare sopra, sì voglio stringerti al seno.
Non ti dimentico. Non mi guardare, non piangere. Fa caldo, la barba pizzica sul viso, le mani sono agitate, violente, stanche. Un anello al naso, ossa.
No, non accendere la luce. No, i tuoi occhi non potrei sopportarli.
Parole che accompagnavano sguardi vuoti, amari, affettuosi, arrabbiati. Sguardi come caleidoscopi, parole come acqua gelida sulla pelle. Fiducia e dolore.
Lingue che lasciano solchi, pensieri instabili, gambe tremanti.
Qualcosa nasce, qualcosa muore. Qualcosa finisce.
Freddo. Baci sulle spalle, sorsi di birra, carezze distratte.
È l’ultima notte, prendi le scarpe, non fare rumore, guida piano, ti voglio bene.

Airport Tales – L’ aeroporto come spazio di narrazione e generatore di storie

Un taccuino, una penna e una meta da raggiungere a bordo di un aereo. Ci piace immaginare così il narratore ideale per Airport Tales, il concorso letterario organizzato dall’aeroporto internazionale di Napoli. Un concorso per aspiranti scrittori che dovranno mettersi alla prova scrivendo un racconto legato all’aeroporto. Un luogo di passaggio, ma pure di storie che s’intrecciano, tra abbracci e arrivederci; tra voli da prendere all’ultimo istante e viaggi desiderati da tutta una vita.
Testimonial d’eccezione, nonché presidente di giuria, sarà lo scrittore Maurizio De Giovanni che, dopo aver appassionato milioni di lettori con le storie del commissario Ricciardi e quelle dei Bastardi di Pizzofalcone, realizzerà un racconto inedito da inserire in un’antologia, edita da Homo Scrivens, che ospiterà i 15 racconti finalisti.
Per saperne di più: http://www.aeroportodinapoli.it/tales
oppure il sito dell’editore Homo Scrivens http://www.homoscrivens.it/
Buona fortuna e… buon viaggio a tutti!!!

 

AirportTales_bando

Il dito medio (Stefania Serrapica)

Avevo nove anni quando Crack, il cane dell’amante di mia madre, quasi mi staccò un dito.
Arrivai al pronto soccorso in ambulanza, perché non avevamo la macchina e i vicini da un po’ non ci davano retta.
Quando mi portarono in sala operatoria mi dissero di contare all’incontrario e di partire da venti.
Non diedi ascolto a nessuno. Mi addormentai pensando di svenire o forse svenni per la paura che avevo di addormentarmi senza desiderarlo davvero.
Mi svegliai, pensai: “ok, è tutto apposto”
E invece no. Sollevai la mano e pensai subito alla scuola, a cosa avrebbero detto i miei compagni vedendo il dito medio alzato.
Risero fino allo sfinimento e in tutta risposta il dito medio era ancora lì, diritto, come a voler convergere sulla sua punta il più energico dei vaffanculo.
Quando all’ospedale mi tolsero il gesso, non abbassai il dito medio. Entrai in ambulatorio e lo mostrai alla dottoressa. Poi tornai a casa, ed avvicinai Crack, il cane. Fu il turno di mia madre, del mio patrigno, del resto del mondo.
Sebbene fossi in grado di muoverlo perfettamente, decisi che quel dito sarebbe rimasto fermo e dritto per il resto dei miei giorni. Non avevo scuse, lo so, e a trent’anni potrebbero non prenderti sul serio quando ad un colloquio di lavoro una parte del tuo corpo è parallela alla cravatta.
Eppure quante volte il dito mi ha fatto da scudo.
Quante volte mi ci sono nascosto dietro.
Quante volte sono stato frainteso e ho fatto a botte ad un semaforo.
È stato il parafulmini della mia rabbia, il chiodo fisso e il perno su cui ruota il mio universo, il mio play back e la mia voce silenziosa, la manifestazione sbottonata della mia coscienza.
Un giorno mentre lo ammiravo, pensai che non avevo mai veduto niente di così ostinato e caparbio, sempre così in alto, sempre sopra gli altri. Decisi così di imitarlo, di fare del mio dito uno stile di vita.
Studiai tanto, cercai di essere il migliore, di balzare in testa agli altri.
E così, molto tempo dopo, arrivarono i traguardi, le riconoscenze, i premi.
Adesso sono io, quel dito.
È assecondando la mia follia che molta gente oggi, la guardo dall’alto.